Manuale dell’accidioso seconda parte

Ma, di qui alle ventitré, di tempo ce n’è. Ieri ho fatto il cieco, ma oggi? E ieri era domenica, e oggi è lunedì, sì oggi è un giorno feriale e implacabile il punto 9 della mia tabellina recita: ore diciannove e trenta, pasto serale e attività ricreative e, datosi che così recita, ebbene non mi rimane che entrare in una bettola una locanda un’osteria che dir si voglia, non mi rimane che, se vogliamo procedere per esclusione,  non mi rimane altro che entrare in una bettola una locanda o un’osteria che dir si voglia, ed entrato in questa qui che è terreno già calcato e luogo a me ben conosciuto, entrato in questa qui proprio questa e non un’altra vedo che è già piena di avventori, ma non vorrete mica che me ne torni fuori con il freddo che fa, ho tanto camminato per giungere sin qui, ho consumato tante di quelle suole per venire fino a qui che ne ho perso il conto, e non me ne posso certo andar via così. E guarda che ti guarda un posticino lo vedo, sarebbe, questo posticino, a un tavolinuccio dove siede un uomo solo, secco secco e alto alto, ha un viso così triste, ma così triste, quest’uomo, e così solitario, che nessuno siede a lui difronte, meglio così, ci andrò io, che voglia di parlare ne ho ancora meno di lui, e non fa niente se ha quelle mani coperte da quei guanti di gomma, se ha queste due mani nascoste da questi guanti da massaia arancione gialli e blu, si vede che ne ha infilati almeno tre strati uno sopra l’altro, tanto che gli impediscono quasi di sollevare il bicchierino, no impressione non mi fa perché me, per farmi impressione ce ne vuole, perché me non mi fa impressione niente no, e poggiati i miei attrezzi e il pastrano vicino all’entrata mi seggo a costui dfronte, ordino il mio piatto e nell’attesa mi guardo intorno, non guardo certo lui no, cosa vuoi che me ne importi, me, delle sue mani guantate di gomma arancione gialla blu e invece, qui lo volevo, invece lui mi apostrofa e mi fa: “lei si domanderà senza dubbio caro signore come mai io vada in giro conciato a questo modo”.
“Io? No, perché?” ribatto io e già guardo altrove, ci mancava solo la conversazione con quest’esemplare dell’umanità umana, ci mancava. Ed è finita lì, io ho mangiato la mia bistecca con le patatine fritte, lui ha bevuto la sua grappa, ma, poi, cosa volete, sono un cuore solitario io ma, talvolta la curiosità la vince sulla mia naturale discrezione, la curiosità la vince talvolta e si finisce per dirglielo poi a quell’uomo, si finisce per dirglielo “ebbene sì me lo domando” e si viene così’ a sapere, si viene così a sapere, dalla pronta e circostanziata risposta dell’uomo in questione, si viene così a sapere, dalla pronta e circostanziata risposta dell’uomo, si viene così a sapere, dalla pronta e circostanziata risposta, si viene così a sapere, si viene a sapere così, si viene, si, che l’uomo in questione ha le mani elettriche e, se stringe la mano a qualcuno, quel qualcuno salta in aria colpito come da una scossa, colpito mortalmente questo no, ma neanche leggermente, un qualcosa sui cento-centodieci volts lo attraversa e un brividino glielo dà, ed è per questo che l’uomo elettrico che siede avanti a me ha dovuto prendere questa precauzione, di coprirsi le mani con guanti isolanti, per non essere di pericolo né per sé né per gli altri, in questo caso di stretta di mano ma anche in tutte le altre eventualità che la convivenza umana gli pone difronte, supponiamo ad esempio che inavvertitamente egli si appoggi a un oggetto che sia un buon o anche un mediocre conduttore, un bancone di bar ad esempio , magari di zinco o di alluminio dio me ne scampi e liberi, vi lascio immaginare le conseguenze in termini di ustioni di primo, secondo e terzo grado, imbianchimento o caduta dei capelli, pelli d’oca e altri traumi vari, per non parlare poi dei soggetti particolarmente sensibili alle scosse elettriche, ed è così che questo paria questo relitto della società vaga per il mondo con queste due mani arancioni gialle e blu che sono come un dito accusatore puntato contro di lui, quest’uomo che nessuno vuole più, quest’uomo di cui ci si ricorda solo quando viene a mancare la corrente e sono finite anche le candele e allora tutti i vicini lo vogliono e lo cercano, allora sì, per potergli mettere in mano una lampadina, che lui mantiene alta sopra il capo come la fiaccola della libertà, fra le dita pollice indice e medio, a illuminare di flebile luce le interrotte riunioni familiari, luce flebile certo, ma quei cento-centodieci volts non sono mica da disprezzare, no? e tanto sono gratis. Ah mi viene proprio da piangere a sentire questo racconto, mi sono davvero commosso e vorrei abbracciare questo povero uomo ma me ne astengo. Sì, non è il nostro un paese di larghi spazi, lo so, non è questa una terra di praterie sconfinate e terre vergini da dissodare, e ci si sta già strettini qui dentro sì questo lo so e, lo so, il posto al sole qui lo trovi solo se sei figlio di Tizio e di Caio, ed è così difficile l’integrazione del soggetto isolato in questo sistema di valori, e con queste mani elettrificate poi, cerchi di capire, come mi si presenta qui, anche lei però, lo so capisco tutto ma che diamine, possibile che in questo paese di antiche e umanistiche tradizioni un posticino un impieguccio non glielo si possa trovare, possibile che non vi venga in mente qualcosa per quest’uomo che in fondo una rara qualità ce l’ha, possibile che non si possa dare un senso un indirizzo a questa vita sprecata e spericolata, signore e signori non voglio qui fare l’anima bella sulle spalle di questo povero cristiano e non lo voglio certo ammollare a voi, e non ve lo darei per trenta, e non ve lo darei per venti, ma che dico non ve lo darei per dieci, ma per niente sì, insomma pensateci voi perché a me questo qui m’ha già stancato e non sono mica un Don Bosco io, non sono mica la fata dai capelli turchini, e adesso, solo per via di queste maledette orecchie che gli ho prestato per neanche dieci minuti dieci, ecco che mi viene dietro e non mi lascia più, ecco che mi segue come un’ombra nella notte buia come la pece, nelle lunghe silenziose vie della città addormentata ma guarda se proprio a me doveva capitare, questa mi mancava solo questa, e lo stupore vergine, sorto in me al cospetto di questo specimen umano, si è già trasformato in fastidio e insofferenza per la sua assiduità, eppure glielo avevo detto, all’uscire dal locale, detto glielo avevo che tenevo che fare, che i miei affari mi chiamavano e mi attendevano e, quantunque e, quantunque e, quand’anche e, quand’anche.
E quand’anche, e quand’anche me lo voglia sgrommare di dosso e, quantunque, quantunque cerchi di ignorarlo, fatto è che questa creatura disumana mi segue e mi alita sul collo e poi mi si accosta e prende il mio passo, facciamo proprio una bella coppia, il tracagnotto coll’asta e col pennello e lo smilzo coi guanti di gomma colorati  ci manca solo un pinocchio che difatti si presenta sotto forma di un cane randagio al quale cosa viene in mente, di accodarsi proprio a noi, bella soddisfazione, questa testimonianza di solidarietà, ma cosa gliene viene poi, a quello, a farsela con noi, ah no questa situazione è troppo scabrosa e quasi ridicola, ho una dignità io da difendere non fosse che ai miei occhi, cos’altro vuoi che faccia, gambe in spalla e fuoco alle polveri me ne scappo a grandi falcate, cosa vuoi che faccia, se non è zuppa è pan bagnato e quella zuppa non mi piaceva più e già quei due non si vedono più, me li  sono lasciati indietro li ho seminati e sono arrivato primo sono arrivato uno e sto infine in salvo nella mia roulottina teneramente cullata dalle vibrazioni del traffico sul cavalcavia, me ne sto nella mia roulottina, rimetto a posto gli arnesi, faccio un poco appena un pò d’ordine infilo qualche mattonella di carbone nella stufetta e sono pronto per andare a letto mi spoglio parzialmente mi infilo il pigiamino di flanella e seggo sul bordo della cuccetta accavallo le gambe mi studio i piedi passo l’indice fra le dita dei piedi e la pesca che ne ritiro è soddisfacente la ripongo nella scatolina con l’etichetta corrispondente e con questo è giunto il momento del meritato riposo, momento turbato solo dall’idea che domani dovrò alzarmi prima del solito, avendo dovuto abbandonare nella fuga il barattolo coll’olio, magra spoglia per quei due barboni, per me prezioso strumento di lavoro, cui dovrò al più presto trovare un qualche ersatz, un provvisorio sostituto, un interimario rimpiazzo o quel che sia, purché alla sua funzione funga.
Ci si desti quindi di buon’ora, non si ciondoli né si temporeggi inutilmente, non si giri in tondo né ci si porti a spasso sconsideratamente, si vada invece diritti al proprio scopo, non si aggiri con argomenti capziosi il nocciolo della questione e si vedrà che con la semplice osservanza di tali suggerimenti si otterranno successi eccezionali, e infatti a cercare dietro questo condominio in mezzo alla spazzatura che gli operatori ecologici non sono ancora passati a ritirare, a cercare sul retro di questo condominio una scodella sbreccata la si è trovata, che non manca persino sì di una certa linea e di una sua grazia, che bella mostra di sé può ancora fare, a vantaggio mio personale e della comunità tutta e in ogni modo siccome chi fa da sé fa per tre, e chi la dura la vince, e chi la fa l’aspetti, e chi dorme non piglia pesci, e chi non risica non rosica, e chi cerca trova, siccome tutto ciò e altro ancora, io la mia brava scodellina me la sono guadagnata col sudore della fronte, ce l’ho e me la tengo stretta, e nessuno me la toglierà, e nessuno potrà recriminare, perché qui non ci sono santi in cielo no, non ci sono no, e guardatemi qui piuttosto questa bella ciotolina, ammiratemi questa birichina linea azzurra che le cinge la taglia per intero, osservatemi prego i teneri fiorellini, dipinti a mano e non con i piedi no, osservatemi dicevo questi graziosi fiorellini blu che bordano come in un gaio girotondo la bianca convessità smaltata, ditemi se non sono un amore, e ditemi voi se non è questo un pezzo speciale, di quelli che non capitano tutti i giorni, ah no, questo non lo si può certo dire no, che di pezzi come questo se ne trovino ad ogni cantone, non lo si può dire no, non lo si dica allora e si taccia cortesemente.
Cortesemente si taccia, silenzio prego, il pezzo è stato aggiudicato, niente proteste, niente recriminazioni, si seguano piuttosto nel prossimo numero le nuove avventure del nostro eroe, ed eccolo qui il nuovo numero, fresco fresco che odora ancora d’inchiostro. Al sommario: I. In quali ulteriori drammatici frangenti si troverà oggi il nostro eroe? II. Sfuggirà alla spietata caccia di Cane Randagio e Uomo dai Guanti di Gomma? III. Riuscirà a procurarsi la sua dose quotidiana di lubrificante ?
Cominciamo dall’ultima domanda. La risposta è: sì. Ho già una bella idea, quella di rivolgermi al meccanico che sta sulla tangenziale, lui l’olio di motore usato me lo dà senza tanto discutere, me lo regala anzi e sempre volentieri, non mi va di andarci però perché in cambio vorrà mostrarmi la sua ultima opera, e io non so mai cosa dire davanti a questi suoi lavori e devo sempre cercare nuove parole di elogio che non vengono a me spontanee, ma non vorrai certo urtare l’artista, con un silenzio che suonerebbe condanna, proprio quando sta nel mezzo della sua opera, quando sta dentro l’opera e non fuori, e non ha quindi la necessaria distanza emotiva e la serenità di giudizio, potresti ucciderlo potresti, non vorrai mica farmi questo no, colpire un uomo nel suo punto vulnerabile, colpirlo, per così dire, nelle parti basse della sua vulnerabilità? Ma cosa vuoi il lavoro è lavoro ed esige anche una certa parte di compromesso, di mediazione, senza dubbio, fra sé stessi e il mondo, mondo che è qui rappresentato dal mio fornitore di olio di motore, un meccanico di nome Ambrogio, che ha un cuore d’artista sotto la sua rude scorza e il suo petto tatuato con aquile reali draghi e serpenti fasci littori falci e martelli stelle e strisce e chi più ne ha più ne metta e questo personaggio, questo bel tipo è il detentore della mia riserva di capitale variabile e a lui debbo sottostare, per farla finita vado da Ambrogio che, tò! è contento di vedermi e tiè! ha qualcosa di nuovo da mostrarmi e qui va premesso che Ambrogio non è un artista che possa scindere arte e vita vissuta, no lui non è di quelli, le sue opere hanno sempre un diretto riferimento alla vita reale, per quanto, per quanto mi senta di dire che demone è a ciascheduno il suo modo di essere, e che, per quanto faccia, il nostro non arriva a controllare sino in fondo la propria pratica operativa, e si lascia spesso convogliare in una pura gestualità, che dalla mera rappresentazione fenomenica lo trasporta piuttosto verso una espressione schiettamente vitale, una sorta di sinfonica e metaforica lauda del mondo sensibile, e in questo la sua rara maestria tecnica non è senza rendergli servizio e, pur nella mancanza di quel controllo irrigidente che menzionavamo sopra, pur nella mancanza di pastoie ideologiche e preconcetti vari dicevamo, le sue sperimentate doti virtuosistiche gli consentono sorprendenti risultati formali. Si parlava più sopra di sinfonia: come non pensare, ad esempio, a questa maniera di rendere i cozzi dei metalli e le urla delle lamiere contorte: non è forse questa una degna dimostrazione di quell’analogia che lega suono e colore, musica e pittura? ecc… Ma vai a spiegare tutto questo ad Ambrogio, cosa vuoi che ne sappia, lui. Purché mi dia il mio olio e mi lasci andare via, mi lasci infine uscire dal suo sgabuzzino, purché mi lasci ritrovare la mia strada e la mia libertà, non essere triste Ambrogio, sù, cerca di capire, non mi trattenere per la giacchetta tanto è inutile li vedrò un’altra volta i tuoi quadri del periodo ecologico, adesso devo proprio andare non farmi questo faccino no, non farmi questo visino smunto e patetico no, non farmelo no, ché mi pari una Maria Maddalena, e di pura scuola mantegnesca direi, se non erro, se erro correggimi ma lasciami andare ti prego ti scongiuro farò tutto ciò che vuoi, oh! infine libero!
Infine libero ma in terribile ritardo, dove mi porterà questo mio buon cuore non si sa ma intanto monto sulla mia automobilina e guido fino a un nuovo e distante quartiere, e qual’è questo nuovo e distante quartiere verso il quale ho intrepidamente diretto la mia vettura? Questo nuovo e distante quartiere è: il quartiere Tal dei Tali. Non mi chiedete altro, non mi tirerete fuori altro neanche con la tortura, neanche se mi scorticate vivo, anzi ho già parlato troppo, e non pensiate no che io lo faccia per me, no non è per me che lo faccio, che mi metto in piazza a questo modo ma, volete saperlo per chi è, è per voi, è per voi che mi metto in piazza questo modo, è solo per voi e per il vostro bene che lo faccio, quindi state buoni, sedete diritti e a braccia conserte, ché ora ve lo dico che cosa mi è capitato in questo quartiere Tal dei Tali, ve lo dico ora o mai più, e non mi ci devo certo spremere il cervello, perché i fatti stanno qui nudi e crudi e sono quello, sono quello che sono, sono quello che sono e basta.
Ragazzi! Ecco che il vostro eroe parcheggia la sua auto nel parcheggio, ecco che esce dall’auto e la chiude a chiave, ecco che si guarda intorno con aria di sfida, si infila i mezzi guanti di lanuccia, si rialza il bavero dello spolverino, ecco che il vostro eroe calca la terra battuta della via principale e  nel vento si avvia e, trovandoci noi in un paese in cui non tanto lo spazio quanto il tempo domina, trovandoci noi in un tale paese, ecco che in un battito di ciglia mi trovo nella piazza del mercato, dove mi riprometto di acquistare un nuovo pennellino per la mia asta da lubrificatore e guarda qui guarda lì, per confrontare prezzi e qualità e trovare in tal modo il miglior rapporto qualità-prezzo, guarda qui guarda lì non riesco a decidermi. Perché, se uno è economico, avrà le setole in plastica, che cadranno al primo uso come foglie d’autunno e, se è uno di quelli buoni, se è un puro cinghiale o addirittura una pura martora, allora sai che prezzi, non ne parliamo neanche, ah, come è difficile trovare la giusta via di mezzo o, per dirla in latino, questa benedetta laurea mediocritas!
E guarda che ti guarda, cerca che ti cerca, prova che ti prova, fra una bancarella e l’altra, arrivo in questa zona dove c’è la rete e, dietro la rete che è, questo va detto, che è a maglie larghe più che strette, dietro la rete stazionano in riga questi venditori non autorizzati, imbacuccati nelle loro pelli lapponi, ed espongono ciascuno un articolo o al massimo due, a terra davanti ai piedi calzati di stivali alla cavallerizza, o appesi con corde di budello alle maglie della recinzione, e sono sempre gli stessi articoli, che non interessano nessuno: un pesce salato o affumicato qui, un salsicciotto di cavallo lì, una bottiglia di schnapp fatto in casa là, un paio di bamboline d’osso qua, ma perché verranno costì a perdere il loro tempo, perché hanno tutto questo tempo da perdere, costoro, non si sa, due giornate ad aspettare al bordo della nazionale la corriera che magari arriva già carica e non si ferma neanche, e poi sette giorni e sette notti di viaggio senza mai poter scendere, perché la corriera passa e non si ferma mai, per poi trovarsi qui alla periferia di questa metropoli ignara e indaffarata, trovarsi qui ad aspettare davanti a quel pescetto secco e striminzito, davanti a quel barattolo di unguento per i cavalli, davanti a quel desueto strigile d’osso, davanti a quello scialle a fiori sottratto con la forza alla nonna, ma perché hanno tutto questo tempo costoro, non si sa, non si sa ma avviciniamoci a costoro guardiamoli bene in viso vediamo cosa c’è nel loro sguardo, c’è l’atavica indolenza di un popolo abituato a essere dominato, o c’è invece la rude fierezza di una razza accostumata alla guerra e alla scorreria? C’è fredda determinazione e spietata ferocia, nei loro occhi tondi a mandorla sporgenti infossati azzurri neri, nei loro occhi che parlano, oppure c’è mite docilità e rassegnata sottomissione, che cosa dicono cosa, cosa dicono questi occhi che parlano, parlano e dicono di sereno laborio campestre o parlano e dicono di terribili razzie notturne, non diranno piuttosto entrambe le cose, eh?
Ma non voglio qui sfondare porte già aperte dai nostri più autorevoli scienziati analisti e commentatori, non agogno no a competere con i più insigni specialisti e dottori ex causa no non anelo no, mi limito, ecco, mi limito appena a suggerire alcuni spunti di studio e di riflessione, a porgere umilmente alcune mie osservazioni estemporanee, suscitatemi dalla vista e dall’esame in loco di questi tipi umani, quasi reperti frammentari rinvenuti accidentalmente dal modesto escavatore quale io sono, nel corso di tutt’altra campagna di ricerca, e cioè la ricerca di un pennellino piatto numero otto, in setola sintetica o eventualmente naturale.
Ma ecco che la fortuna mi arride, sì, un momento, sì, sì, mi arride, sì. Mi arride e mi si presenta sotto forma, sotto la forma di un uomo appoggiato alla rete, un uomo che guarda maliconicamente dalla nostra parte e non si attende certo un compratore, e che cosa vende quest’uomo, ve lo dico subito quest’uomo vende un  pennello, e qui non so davvero contenere l’anelito nel mio petto, lo vedo immediatamente che quello non è un pennello di quelli che incontri tutti i giorni no, non è uno di quelli che ti tirano dietro a ogni angolo di strada no, è un bel pennello solido come se ne facevano una volta, con un manico di legno duro, polito, di pioppo nero certo o financo di castagno, dalla bella curvatura, e un legaccio impeciato che tiene salde e strette le ben mondate e pettinate setole che, oh cielo, me ne accorgo bene al tatto, appartenevano al più puro e robusto fra gli zibellini, uno zibellino che ha cacciato e predato nelle sconfinate taighe del nord, che ha vissuto la sua vita e ha avuto la sua morte, non uno di questi zibellini da allevamento che mangiano pappette e kit kat e si spelacchiano alla prima spennellata no, ma mi contengo, cerco di non far trasparire la mia emozione e il mio interesse, è un fatto di semplice senso degli affari, e addirittura me ne vado a fare un giro ma subito non ne posso più e torno lì e l’uomo, il cielo sia lodato, c’è ancora e il pennello anche. E come è presentato questo pennello, caso dei casi, e come avevo potuto non notarlo sin da prima, ma dove li avevo gli occhi, eh? dove è che li avevo, eh, gli occhi? Perché questo pennello è fissato alla cima di un’asta e fa con quella un angolo di, a occhio e croce direi, sì, sessanta-sessantacinque gradi, ma l’asta amici miei, l’asta quella sì che è un’asta, una signora asta, un’asta come si deve, un’asta con tutti i crismi, ma cos’è il mio crisma davanti a quelli, e cos’è il mio crismale, quel povero scodellino sbreccato e crepato, che cos’è davanti a quel panciuto orciolo di terra rossa, ornato di un leggero manico di bambù e decorato a figure nere, che lo straniero oltre la rete ha poggiato al suolo, come un’offerta ai sordi dèi, e la mia asticciola stenta che cos’è, cos’è davanti a questa bell’asta ardita tutta intagliata da cima a fondo di belle rappresentazioni cosmogoniche e mitologiche, lì una battaglia di eroi e gasteropodi, qui la scoperta dell’isola di Vineland e là la conferenza di Tubinga, e cos’è che avrà spinto quest’uomo dal volto malinconico e nostalgico, cosa l’avrà spinto a disfarsi di questi preziosi strumenti, di questi pezzi da collezione, di questi veri e propri capolavori dell’arte untoria, cosa l’avrà indotto cosa, cosa l’avrà portato a questo punto di non ritorno, debbo saperlo devo, cosa ha condotto qui a questa rete infame il mio fratello dell’altra sponda, cosa e che, perché e che cosa, questa è la domanda che mi sta sulla punta della lingua e che non posso formulare, perché dico io manchiamo di una lingua comune?

Questa è dunque la paradossale situazione: avere di fronte a sé, separato appena da qualche centimetro di aria fredda e gelida e da una rete metallica, avere di fronte a sé un collega, un sodale, un maestro, vederlo così ridotto dalla fame e dagli stenti a rivendersi i suoi stessi strumenti di lavoro, a cedere a uno sconosciuto i suoi unici mezzi di sussistenza, solo perché questo sconosciuto dispone di alcuni biglietti colorati e numerati, disegnati con il più grande cattivo gusto, questo è davvero il colmo signori miei, e tutto questo non è che non glielo dica, glielo dico ma nella mia lingua che è l’unica che so e costui non può capirmi, mi fa un sorriso perso e un segno di V con le dita. Debbo fargli intendere almeno che sono anch’io uno della congregazione, e perciò torno all’automobile, e ne estraggo gli arnesi, l’asticella col pennello e la scodella, ed è assai probabile che certe anime belle troveranno improponibile un simile approccio, e avranno ragione, perché quando l’uomo oltre la rete mi vede arrivare con i miei poveri attrezzi, che gli mostro come trofei, venite a intender li sospiri miei, oi cor gentili, venite pure anime belle di tutte le razze e di tutti i colori, ridete anche voi di me, così come, al vedermi arrivare ride quell’uomo e mi indica col dito e chiama anche gli altri e tutti quelli dall’altra parte della rete mi ridono addosso e sopra e dietro, ridono di me e della mia ciotolina e del mio pennellino, ridono del mio yin e del mio yang, del mio yoni e del mio linga, e come volete che dopo questa prova io abbia ancora fiducia nell’umanità? Davanti a ciò mi cadono proprio le braccia o per meglio dire le loro appendici e scivolano a terra il bastone e la tazza, e me ne corro via da quel maledetto posto e luogo, ma perché, perché tutto ciò, perché questo mal di vivere questo vivere male perché questo tedium vitae che capita a me, perché, perché.
Perché, perché partir bisogna, prendi la tua automobile, piccolo uomo, prendila e vai, torna sotto il cavalcavia della tangenziale, attacca la roulotte al gancio dell’auto e vai, parti nella sera e vai, immettiti nella tangenziale che conduce in tutte le direzioni, segui le lucette rosse avanti a te, pensa a dove te ne potresti andare, pensa a un posto che sia fatto per te, pensa a un posto così, un posto pieno di futuro e non di passato, un posto in cui avresti magari anche potuto andare con lei, a rifarsi una nuova vita, a ricominciare tutto daccapo, ah se ci ripenso mi vien di piangere mi vien, tempo ne è passato ma non ha lenito le tue ferite, il tempo passa ma ti trovi sempre imbottigliato in questa coda sulla tangenziale, a neanche due chilometri dal tuo cavalcavia, te ne stai nell’oscurità protettrice dell’abitacolo e sgorgano infine lacrime consolatrici e necessarie, son lacrime d’amor, son più grosse di quell’altre, sono lacrime d’amor per te, lo vedi che qualcuno che ti vuole bene c’è, non essere triste sù, e datti un contegno ché qualcuno potrebbe vederti, cosa penserebbero i vicini di coda, a vedere un uomo grande e grosso, con tanto di vettura regolarmente immatricolata e di roulotte al seguito, che piange così come una femminuccia? No non ci far fare queste figure per favore no non farcele fare no ecco da bravo tira fuori il fazzoletto soffiati il naso e non ci pensare più no, ecco, sù, va diminuendo, vedi, bravo, ecco, in un soffio, in un fiato, sottovoce sottovoce, come in un sospir, ecco.
Ecco, non si sente più adesso che il ronfare tranquillo del motore, sarà quello che sarà Ambrogio come artista, ma come meccanico non c’è che dire, senti qui senti che registrazione delle puntine senti qui che messa a punto delle valvole senti che smerigliatura delle candele ma questo motore è proprio un orologio senti qui che ritmo cronometrico senti che melodia metronomica ma senti, altro che Rossini, altro che Bach, ma questo è un vero Paganini del cacciavite, questo è un luminare della meccanica moderna, no nessuno come Ambrogio sa coniugare in tal modo estro ed armonia, padronanza tecnica e intuito creativo, conoscenza del soggetto e fantasia inventiva, e devo proprio mandargliela una bella cartolina di ringraziamento da lì dove andrò, sì, ma dove è che me ne andrò?
Luce! quadro! fuoco! riflettori occhi di bue luci psichedeliche faretti multicolori palle rotanti lampade scialitiche e fotoelettriche su questo conducente che prende infine la sua decisione tanto cogitata e si infila nella corsia d’emergenza e supera gli altri tutti quanti ma dopo neanche un chilometro c’è uno svincolo il guidatore lo imbocca e si trova fuori della tangenziale via dalla calca in una strada di campagna una specie di siberia oscura e nebbiosa e, guida che ti guida su questa carrareccia interminabile vede un lumicino laggiù in fondo e poi due e poi tre a dire il vero è quella tutta una luminaria festaiola, bisogna dire che è veramente illuminato a festa il piazzale del ristorante Da Luigi, come se stesse ad aspettarti non deluderlo non andare a parcheggiare la roulotte nell’angolo buio in fondo non rinchiuderti lì dentro non infilarti nella cuccetta sotto le coperte, in compagnia delle tue pallottoline delle tue caccole delle tue cispe dei tuoi muchi che collezioni nelle scatoline etichettate, esci di lì, vai incontro al mondo, entra nel ristorante Da Luigi, sarà pure vasto e tutto vuoto ma due parole col cameriere potrai scambiarle pure, no, da questo orecchio non ci sente, guardate, già dorme con la testa sul tavolo. Me ne torno alla roulotte. Domani forse andrà meglio, si vedrà.
Ed eccolo l’indomani: una vita nuova forse prenderà inizio, sù, sveglia e al lavoro, ché una nuova vita inizia oggi e, pagare per vedere, oggi inizia una vita nuova, allora volete vedere ebbene sia vedete qui, vedete vedete vedete, vedete che non scherzo e invece faccio sul serio, ché al mattino si vedono le cose con altri occhi, con occhi cioè che non sono quelli della sera precedente ma piuttosto quelli del mattino successivo, e difatti ecco, ecco, arrivo e vengo e sono a voi, ma cos’è, non so, mi sento come impedito, mi sento rattrappito e congestionato, non so. Su, dai, prova metticela tutta mettiti di impegno e di buona volontà alla grande dai sù, procedi come ti diciamo noi. No no non voglio no lasciatemi in pace no. Ora basta, basta con le tue frigne le tue astenie basta su, dai prova, dai vedrai che ce la fai: i piedi, spingili fuori dal letto e poggiali entrambi a terra, ecco, da bravo, su, anche l’altro adesso, bravo, ecco, sei già a metà dell’opera, ma adesso viene il bello, e cioè passare dallo stato seduto a quello eretto, andiamo avanti allora: flettere le ginocchia, spingere sui talloni, raddrizzare il busto (si vegli a che il paziente non si distragga in questo delicato frangente: un malaugurato passo falso, con conseguente ritorno alla posizione di partenza, risulterebbe di nocumento e pregiudizio a tutto l’insieme psico-fisico della nostra terapia d’urto).
E allora, ci si vuole mettere bene in piedi e ritti sulle gambe, sì o no? Raddrizzare il busto attenzione non distrarsi ecco ancora un piccolo sforzo, e ci siamo ecco bravo ci sei riuscito ce l’hai fatta tieni lo zuccherino bello di zio nel cerchio di fuoco ci salterai più tardi ma adesso da bravo infilati le scarpe o almeno questa specie di cioce dove sono concresciuti muffe e licheni, che tu chiami scarpe, infilatele insomma ed esci nel nuovo mattino affacciati alla porta e come ti era stato promesso questo è un altro giorno, si vedrà, noi fin qui ti ci abbiamo portato, ora vai avanti con le tue gambe bello di mamma e se non ti va giù ti arrivano due sberle due sganassoni che senti ti faccio vedere io ti faccio se li sai usare o no quei due stecchi che tieni al posto delle gambe, correre, su, correre, cento giri di corsa del piazzale e chi non è contento, che protesti pure, che faccia l’arruffapopolo, vedrà se non gli spaccheremo il culo, a lui e a tutti quelli della sua razza, quanto è vero iddio.
Ah ma quanto è grande il piazzale del ristorante Da Luigi detto la Siberia è grande sì, nel lucore plumbeo del mattino sulla piana, è grande vuoto e polveroso, si direbbe davvero una piazza d’armi. C’è perfino il pennone con la bandiera.
E c’era una volta un omino tracagnotto e coi piedi piatti, che non aveva voglia di camminare perché gli facevano male i piedi. Quest’omino era triste triste, perché era tracagnotto, aveva i piedi piatti e questi gli facevano male quando camminava. Ma non aveva altro che i suoi piedi, l’omino tracagnotto e coi piedi piatti, per andare al lavoro e sbarcare così il lunario e, lavora lavora, cammina cammina con il suo barattolino di olicino e l’asticella col pennellino, cammina cammina i piedi gli facevano sempre più male e le sue scarpe erano sempre più sformate. Ma, direte voi, ma perché quest’omino tracagnotto e con i piedi piatti non se li compra un paio di zoccoli del Dr. Scholl’s e non la smette di lamentarsi? Eh no, dovete sapere che il nostro omino è un vero cicalone e si è mangiato già tutto quello che aveva guadagnato l’altrieri, se lo è pappato tutto all’osteria e conta e riconta, e fruga e rifruga in tutte le tasche e in tutte le saccocce, non gli rimane più che una sola e unica banconota, che non è sufficiente neanche per comprarsi una soletta di gommapiuma, figurarsi un paio di scarpe buone.
Ed è così che il nostro omino indugia sulla porta della sua roulotte, indugia e non sa decidersi, e intanto che lui si decide voi potete osservare, signore e signori, alla vostra sinistra un bel filare regolare di eucalipti importati per noi specialmente d’Australia e dritto avanti ai vostri occhi potete ammirare l’imponente architettura postmoderna del restaurant Da Luigi Sale per Banchetti Ricevimenti Feste Aziendali Conferenze Meetings Summit Incontri al Vertice e alla Base Riunioni Segrete Incontri Particolari Cure Estetiche di Prima Classe Massima Discrezione sconti speciali per onanisti monchi, se accompagnati dalla nonna, e alla vostra destra no c’è solo questa utilitaria con rimorchio che non era prevista dal prospetto e come mi è capitata dentro il quadro non si sa, e quell’uomo che orina dietro la roulotte come mi è finito qui dentro, portatemelo via ecco e passiamo al punto successivo del nostro programma che come potete vedere dal depliant prevede: Mattinata interamente dedicata alla visita di queste famose Lande Desolate, con soste nei luoghi più caratteristici. Raccolta di cicoria selvatica e altri tipici prodotti locali. In caso di maltempo, caccia alle rane nei fossi. Pranzo al sacco. Pomeriggio libero. In serata rientro in hotel, cena e pernottamento.
Un programmino come questo non glielo invidio certo a questi escursionisti, ah questa abitudine tutta nostrale di organizzarci la vita fin negli infimi dettagli io non la capisco no, e dove è finita l’anima artistica, dove è finito lo spirito d’avventura per cui andavamo famosi nel mondo intero? Vuoi mettere quando al mattino ti alzi e la giornata è tutta intera avanti a te, promettente e trepidante nell’attesa che tu faccia di lei ciò che vuoi, vuoi mettere o no? Vuoi mettere quando sei così aperto al caso e all’imprevisto, e avanzi i tuoi passi sul bilico dei bilici su questa scala senza balaustra che è la nostra esistenza? Ma non voglio lasciarmi andare no a questi accenti lirici, e dopo aver raccolto quello che c’era da raccogliere stamane all’interno delle mie froge e aver riposto il raccolto lì dove ha da esser riposto, dopo avere raccolto quello che c’era da raccogliere e dopo averlo riposto lì dove doveva essere riposto, dopo avere raccolto il raccoglibile e riposto il riponibile, dopo aver raccolto, dopo aver riposto, dopo che il raccoglibile è stato raccolto e il riponibile riposto, come è giusto e come qui dico a futura memoria, ora sono libero e posso andare alle toilettes del ristorante Da Luigi, per ottemperare anch’io alle più recenti misure igienico-sanitarie, e nelle toilettes avverrà una scena che sarà affidata a un cast davvero d’eccezione e ne saranno interpreti e protagonisti due stelle fra le più gettonate che vanno per la maggiore sui nostri schermi: il Lubrificatore di Saracinesche, nel ruolo di Col Sapone sulla Faccia, e il Cameriere, nel ruolo di Senza sapone sulla Faccia.
Buongiorno – disse Col Sapone sulla Faccia.
Buongiorno – disse Senza Sapone sulla Faccia.
Come va? – disse Col Sapone sulla Faccia.
Bene, grazie, e lei? – disse Senza Sapone sulla Faccia.
Bene, grazie, non c’è male – disse Col Sapone sulla Faccia.
Fine della scena. Si torna all’aria aperta. Si torna all’aria aperta e alla roulotte parcheggiata in fondo al piazzale deserto e spazzato dal vento che sembra una piazza d’armi ma che potrebbe essere anche la piazza San Pietro o anche la piazza del Palazzo d’Inverno, perché c’è, se volete saperlo, c’è nell’aria del tempo un qualcosa, c’è come una domanda o un’attesa di una qualche rappresentazione, o raffigurazione, o come dire una qualche incarnazione dell’essere o del destino della comunità (e questo nome stesso sembra, solo a evocarlo, risvegliare un tale desiderio identificatorio), e cosa c’è di meglio che una bella piazza, per contenere questa domanda e quest’attesa e riempirla di simboli, figure, rituali e presenze atte a fornirla questa bella identificazione cui tutti aneliamo, e non potremmo riempirlo allora questo inutile e che non aspetta altro piazzale del ristorante Da Luigi, non potremmo riempirlo alla bisogna di una bella folla che acclama e applaude, non potremmo organizzarci una bella adunata oceanica, l’impianto stereo c’è e quello delle luci anche, che cosa volete di più?
No, vedo che quest’idea  non piace a nessuno e non fa niente come non detto, me ne torno in macchina metto in moto e torno sulla carrareccia polverosa, sono di nuovo solo davanti al mio destino e nessuno ha bisogno di me no nessuno la comunità non mi vuole e se è così, se è così ebbene io non voglio lei, anzi prima che me lo dica lei glielo dico io, glielo, e glielo dirò con sguardo perso lontano verso l’infinito: “mi dispiace davvero signora mia ma è andata così non potevo fare diversamente mi dispiace ma è andata così se ne dia pace in fondo è meglio così, non eravamo fatti per intenderci, noi due”, ah ma se penso a quell’altra, se penso a quell’ultimo incontro, ah! lo avessi presentito, che quell’insperato contatto materiale e spirituale, quel suo subitaneo cedimento al mio desiderio era destinato a non più riprodursi, ah se penso che quegli sguardi che mi ubriacavano come calici di vino, che mi giungevano fino ai precordi…ah! non pensiamoci più, lasciamo stare, và!
E, mentre lascio stare e più non ci penso, scorre a perdita di vista avanti a me il nastro bianco del tratturo, scorre scorre e scorrono scorrono a destra e a sinistra gli eucalipti australiani e sobbalza sobbalza la vettura sui dossi e nelle buche, ed ecco mi trovo davanti alla recinzione dell’aeroporto. Accosto in uno slargo. Scendo dall’automobile. Mi appoggio alla rete. Guardo gli aeroplani che scendono giù e salgono su. Anch’io voglio volare.

1992

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