Manuale dell’accidioso (1992) prima parte

Un capriccio

Faccio il cieco. Sai cosa ti dico, oggi faccio il cieco. Metto gli occhiali affumicati da saldatore, ritrovo nel ripostiglio la canna che ho dipinto di bianco, infilo un impermeabile liso e impataccato, mi calco sulla fronte un cappelluccio di lana col pon pon, vado e mi apposto al semaforo sul viale, e ce ne sarà uno che si fermerà, sì uno ce n’è sempre, un signore premuroso o meglio ancora una cortese signorina la si trova sempre che si senta in dovere di aiutare il povero cieco ad attraversare la strada, in mezzo a tutti quelli che passano e vanno oltre, non che non lo vedano no, gli altri, il cieco, ma non lo vogliono importunare con una indiscreta attenzione, questo è, e hanno il tatto di lasciargli tutta la sua autonomia, al povero invalido, che la strada di casa certo la conosce, non vorrà mica andarsene a passeggio così, il povero cieco, senza scopo né ragione, sarà certo a casa che se ne torna, e la strada di casa vuoi che non la conosca, pensa a tutte le volte che avrà contato i passi, pensa alle volte che avrà calcolato e previsto ogni singolo ostacolo ogni asperità e accidente del terreno da attraversare, di qui a lì e di lì a qui, pensa che ti pensa è perciò che sto da dieci minuti davanti alle strisce e non c’è un uomo pietoso che si fermi né una compassionevole signora, ah ma che mondo è mai questo, questo qui, che mondo è mai questo, questo qui io domando e dico ma che mondo è, che mondo è questo, questo qui?
Ma no, lo vedi che sei ingiusto con il mondo, lo vedi che eccone lì uno, eccolo lì un baldo giovanotto, che esita e temporeggia dall’altra parte della strada, mi osserva ed è indeciso, non sa se continuare per i fatti suoi oppure no, fa due passi e torna indietro, sì lo so lo capisco è seccante è imbarazzante per davvero mostrarsi ai passanti questi sconosciuti nei propri lati deboli e pietosi, lo so non sei mica il buon samaritano ragazzo mio, ma io di qui non mi muovo e la via non la traverso certo da solo e, ti vedo infine che cedi e vieni a me  e, me la metti la manina sotto il gomito e, mi ci conduci in salvo sul marciapiede opposto e, quando già ti senti in salvo e già con la mente e col pensiero voli alle belle cose che ti aspettano, ah, proprio allora proprio quando vuoi congedarti e proprio per cortesia mi chiedi se vado lontano, proprio allora oh no questa non ci voleva proprio ti devi sentir dire che sono per l’appunto uscito a passeggio e che sì davvero veramente la gradisco la tua compagnia porcaccia la miseria questa non ci voleva proprio ma guarda tu proprio a me doveva capitare questo qui me la devo portare a spasso questa piattola e proprio qui dove tutti mi conoscono, e così ce ne andiamo sottobraccio per la via come due vecchi amici, e la gente sì che ci guarda, ah se la gente guarda questa coppia singolare, questo bel giovane elegante e davvero perlaquale e quel povero straccione invalido, il quale struscia i piedi e avanza così piano, ma così piano, e vuole che l’altro gli racconti che cosa c’è a destra e che cosa a sinistra, come se non lo vedessi da me stesso, come se non lo vedessi da me, quello che c’è a destra e quello che c’è a sinistra, ma che vuoi ne ho ben il diritto anch’io, anch’io ho diritto oppure no, ce l’ho anch’io oppure no non ce l’ho, ce l’ho il diritto anch’io alla mia razione settimanale di calore umano, sì ce l’ho ve lo dico io ce l’ho, e alla resa dei conti ce l’ho avuta anch’io sì, un qualcuno che mi ha parlato per mezz’ora c’è stato sì anche per me, e questo scambio questo contatto benedetto lo si è praticato sì, oh, e allora.
E allora, e allora mi faccio deporre davanti a un qualsivoglia portone qualunque, e dico a costui dico a questo bel giovane gli dico mi lasci pure qui bel giovane, gli dico che questa è casa mia e lo congedo, ed eccolo già lo vedo con gli occhi del pensiero lo vedo che già se ne corre via, leggero come un uccellino se ne corre via, lui, e quanto a me, quanto a me, non mi rimane che infilarmi gli occhiali scuri in tasca, nascondere la canna bianca sotto l’impermeabile e tornare alla roulotte.
Eh sì, queste sono le cose che nella vita fanno piacere, questi radi incontri occasionali che sono il sale della vita, oppure queste sane abitudini come, ad esempio, quando te ne torni al calduccio nel tuo bravo posticino e ti spogli e ti adagi nella tua cuccettina e ti prepari a un meritato sonnellino e, sai com’è, con gesto automatico e direi quasi non so ti gratti fra le cosce e ti passi la mano destra sul tondo ventre e il dito medio esplora la cavità dell’ombelico e rinviene quel batuffolino formatosi con lo sfregamento della canottiera invernale, formatosi per l’esattezza con lo strofinio del tessuto lanoso sulla superficie cutanea, così come le alghe del Mediterraneo, battute e ribattute sull’ospite battigia, si trasformano nelle graziose sfere vegetali che tutti conosciamo, e quando il dito mignolo della mano destra con abile movimento d’uncino estrae e porta alla luce la cosina lanosa e grigiastra, ed ecco, ecco, non so perché ma in quei momenti mi si apre il core, non so perché ma è perché senti in modo confuso che questo è uno dei piccoli piaceri della vita, che dirti, sarà che la vita non ne dà poi tanti, di piaceri, a voler essere davvero sinceri, ma se volete saperlo ebbene questo ne è uno.
Sì, non si può negare, no non si può, questo no, no non si può negare no che questo è un bel momentino, quando ti infili come un baco nel suo bozzolo, come una salsiccia nella sua pelle, come un uomo nel suo sacco a pelo conservato dai tempi del servizio militare, e tiri la chiusura lampo, a lasciare fuori solo le braccia, che sistemi sotto la nuca, a comporre il corpo tutto in questa posizione tipica del sognatore, no non si può negare no che questo è un bel momentino e perciò lo consiglio specialmente, questo giaciglio, o brandina, o scendiletto o, sia pure, materassino di gomma, materasso ad acqua, materassa di lana, di crine, con le molle o senza, saccone di foglie, di capecchio, pancaccio, letto di assi o semplice lettiera, insomma sia dove sia distendersi una buona volta in posizione supina; porre entrambi gli avambracci al disotto della nuca; lasciar vagare lo sguardo  sulle macchie di umido del soffitto imbiancato a calce (avete voluto risparmiare sul materiale, bel risultato, adesso ve lo tenete), sulle travature ripassate col mordente del soggiorno rustico, sugli affreschi cortigiani della dimora principesca, sull’impiallacciatura del controsoffitto spagnolesco, sulla controsoffittatura di canne sfondata dal terremoto dell’ottanta e mai riparata, sull’intreccio di strame della capanna bantù, sull’assito di abete della baita alpina, sulla lamiera ondulata della baracca carioca, sulla rastrematura pietrosa del trullo salentino, sul foro di aerazione del wigwam algonchino, sul tetto di plastica della roulotte nostrale; lasciar vagare lo sguardo su tutto ciò e lasciar correre il pensiero ai tempi andati e a quelli a venire. Vedrete, l’effetto è sicuro e lo consiglio a tutti, a grandi e piccini, sarete come nuovi ve lo dice zio, sarete come prima e come dopo la cura, ma a me, questa cura benedetta, quando è che farà effetto, me lo vuole dire o no, dove è che andiamo a forza di guardare il soffitto e di ripensare, lontano non andiamo no, ah se penso se ripenso che le leggevo Kierkegaard in danese, seduto sul bordo della vasca da bagno, mentre lei si sciacquava e s’insaponava, si risciacquava e si rinsaponava interminabilemente, con quei suoi due bottoncini rosa che facevano cucù dall’orlo della schiuma, mentre lei diceva che sì capiva, capiva tutto, come  avrebbe potuto non capire non amare qualcosa che dalle mie labbra usciva, lei che di me amava perfino il cerume delle orecchie e non per altro, ma solo perché era proprio mio di me, ah capirete allora come dovessi ricorrere a tutto il mio self control, per continuare la lettura. Ma sono altri tempi quelli e non voglio qui rivangarli, veniamo invece piuttosto a noi.
Veniamo invece piuttosto a noi e più precisamente veniamo a me. Veniamo piuttosto al fatto che, essendo io scivolato inavvertitamente nel sonno, bene o male ne sono anche uscito, ed è già mattino per fortuna e per grazia di dio, è mattino anche oggi questa sì ci voleva proprio, lo so che è mattino perché le automobili passano più fitte sul cavalcavia sotto il quale ho parcheggiato la roulotte e la fanno tremare, a darmi questa dolce sveglia e così mi sveglio, mi sveglio e guardo l’orologio, no è ancora presto c’è da aspettare ancora dieci minuti ma com’è, hanno fretta di andare a lavorare oggi tutti questi automobilisti che mi hanno svegliato dieci minuti prima del solito ma io ho la mia tabella da rispettare sono un tipo preciso io e la tabellina sta lì appesa alla parete che lo dice: ore otto, sveglia, e questa è fatta; ore otto e quindici, operazioni igieniche (vado a compierle dietro il pilastro del cavalcavia); ore otto e trenta, prima colazione (mi preparo sul fornellino la solita pappetta ai semi di lino e di girasole); ore otto e quarantacinque, attività lavorative.
E, difatti, quando si sono fatte le otto e quarantacinque diciamo le nove meno un quarto, quando quelle ore lì si sono fatte, quando a un bel momento infine si sono fatte ho preso dal ripostiglio i miei strumenti di lavoro e al lavoro mi sono avviato, mi sono anzi di buona lena avviato, mi sono dunque di buona lena avviato al lavoro, ma non senza aver preso in mano i miei strumenti, e ho preso dunque l’asta di legno alta un metro e quarantacinque in cima alla quale è saldamente fissato, in posizione diagonale rispetto all’asse dell’asta, è saldamente fissato, per mezzo di uno spago girato e annodato,  è saldamente fissato il manico di un pennello piatto misura otto, fatto di setole sintetiche non è il caso di scialacquare qui, con i tempi che corrono, e ho preso dunque l’asta di abete annerita dall’uso, alta un metro e quarantacinque centimetri, ho preso quella e un barattolo di conserva da mezzo chilo (B), scoperchiato da un solo lato e opportunamente forato, grazie a un provvidenziale chiodo metallico, in due punti opposti situati un mezzo centimetro al disotto del bordo superiore, praticati in modo tale da poter essere penetrati da un apposito fil di ferro (C) il quale, opportunamente ritorto, forma due occhiellini che lo fissano al bordo della latta e, adeguatamente incurvato, forma un mezzo cerchio al disopra del barattolo (B) e costituisce così un aggraziato e acconcio manico, un vero fatto apposta, atto al trasporto del barattolo (B), grazie alla semplice introduzione del dito mignolo o anche di un altro a scelta (D), al disotto del cerchio (C) di cui sopra, e tale barattolo (B) è ripieno, o preferibilmente è pieno per due terzi di una sostanza lubrificante di natura variabile, che può essere oggi olio di lino o di girasole o financo di motore, domani strutto o sego o sugna o semplice grasso di maiale, dopodomani ancora vaselina o stearina o persino crema nivea, variando ciò secondo le disponibilità in stock o al dettaglio e le alterne vicende del mercato di sostanze untuose e grassi in genere, e insomma quello che trovo trovo e lì dentro lo metto, quello che conta è il risultato e il fatto che le saracinesche io le sappia lubrificare a regola d’arte.
Avendo or dunque gli strumenti di lavoro che vengo di descrivere in mano, avendo gli strumenti in mano, avendoli descritti, avendoli e descritti e in mano, avendo gli strumenti posso avviarmi al lavoro e non pongo tempo in mezzo, no non lo pongo no, invece mi avvio al lavoro perché i puntuali negozianti, pizzicagnoli e norcini, tarallari e acquafrescari, e i capaci panettieri, e i capienti macellai, e i sapienti librai, eccetera eccetera la lista è lunga e tutti costoro intanto hanno già aperto bottega non aspettavano certo me, e hanno tirato su la saracinesca, che fosse stata a grata, a griglia, a losanghe a fasce o a doghe che dir si voglia, insomma fosse stata come fosse stata ormai l’hanno già alzata e l’hanno sentito l’attrito il cigolio la resistenza della materia, e l’hanno avuto il mal di schiena o finanche il colpo della strega, a chinarsi così, in pieno inverno, a scoprire il dorso demunito di fascia elastica e a fare sforzi bruschi inutili e dannosi alle reni e per farla corta e per farla breve questo è il momento buono per apparire nella via e lanciare il mio grido della strada.
E sì, questo sì, questo è un buon momento della mia giornata, quando nel fresco e anche rigido mattino calco l’asfalto urbano e mi avventuro in un nuovo quartiere, verso sconosciuti luoghi, verso incontri fugaci e imprevedibili e sì, è un buon momento questo, che fin dal risveglio ho atteso e dilazionato, è un buon momento questo, quando prima di affacciarmi al primo negozio, prima di offrire il mio ben noto viso a questi ignoti visi, mi attardo brevemente a un cantone, il tempo di trovare col dito la maliziosa cispa che durante la notte s’era installata all’angolo dell’occhio, e avendola appena, per puro piacere, tastata fra pollice e indice, infilarla nella scatolina che ho estratto dalla tasca del cappotto e riporla, nella scatolina, nella tasca, nel cappotto, insieme con le sue compagnucce belle, a nanna sù bella a cuccia sù dai stai lì buona da brava dove ti ha messo papà, gioca con le amichette e non disturbare i grandi, che come vedi hanno da fare e devono lavorare e devono tirare a campare e devono oliare questi ingranaggi o meglio questi binari perché, perché qualcuno che le faccia aprire, queste porte, queste barriere sociali, qualcuno ci vuole penso io, altrimenti, altrimenti ditemi voi: come è che si andrebbe avanti, eh?
Eh, si va avanti, si va avanti, dove vorresti andare altrimenti, si va avanti e non indietro, ah no, andare indietro? questo no non potrei mai accettarlo mai, tutto ma non che si vada indietro invece che andare avanti, e così vado avanti e non indietro, mi faccio avanti davanti e davanti alla porta di questo bel fondaco lancio il mio urlo rituale, il mio sopracitato grido della strada e così come è giusto risposta me ne viene.
Me ne viene risposta, sì, una risposta c’è, non è forse quella che avrei voluto leggere su quelle labbra ma una risposta c’è ed è forse questo ciò che conta, cioè questo fatto qui che cioè volevo dire sì ecco questo fatto qui che non manchi questo ecco questo dialogo questo scambio, che rimangano aperte cioè come dire ecco le chiuse della comunicazione e, anche se ti dicono vattene sparisci fuori dai piedi sciò vai a vagabondare da un’altra parte, ecco anche se ti dicono così e cosà, anche se ti si rivolgono in tal modo caro fratello incivile e indecoroso, anche se voglio dire caro fratello ti si rivolgono in tal modo incivile e indecoroso, sappi che Dio li vede, e consolati pensando che è pur sempre questa dico io una forma di rapporto di colloquio e di dialogo e me ne vado quindi contento e soddisfatto, non me ne vado con la coda fra le gambe no, non me ne vado come un cane battuto no, al contrario, è tutt’essendo vispo e arzillo che riprendo il mio marciapiede, che me ne vado per la mia strada mia di me, non senza purtuttavia al passaggio meditare su questo esempio di ignoranza umana e di lì su questa insensibilità diffusa e su questa caduta verticale, propria dei nostri egoistici tempi ingrati, dei valori di solidarietà e di convivenza, non ingannino no le pur lodevoli manifestazioni di segno contrario, non ingannino no le pur lodevoli manifestazioni di segno contrario, contrario alla verticale caduta dei valori di solidarietà e di convivenza di cui sono testimoni i nostri tempi egoistici e ingrati, non ingannino no e si pensi invece al cartello che quello si era messo in vetrina, si pensi a come si era dipinto quel tale che mi ha sgarbatamente scacciato dalla soglia della sua bottega, si pensi al contenuto di quel cartello che diceva La cortesia ci contraddistingue La convenienza ci caratterizza L’esperienza ci qualifica, io dico qui ce n’era almeno una o due di troppo, ditemi voi se non era ipocrisia umana questa oppure no, ditemi voi, e ditemelo! se questa è sincerità trasparenza e cuore in mano e non piuttosto doppiezza lingua biforcuta e cuore peloso, mi si passi l’espressione, che però ci vuole, visto il modo in cui vengono trattati gli onesti lavoratori, in questo pubblico esercizio delle mie galosce, e non si possono qui che condannare, ne converrete con me cari colleghi, non si possono qui che condannare questi scellerati atteggiamenti ambigui e ambivalenti, ma in fondo tutto ciò non importa no, non fa niente no, io vado oltre e vado avanti e non ho certo bisogno dei suoi Trattamenti Specifici io, delle sue Prestigiose Marche di Cosmesi io no, non  ho bisogno né di lui né di nessuno io e tantomeno di voi cari colleghi e non vi ci mettete anche voi adesso no non mettetevici no, lo so che state sempre sul chi va là, anche voi, lo so che ci pensate sempre due volte prima di, e che ci andate coi piedi di piombo, ci, in questo tempo di peste e d’ignoranza, dove non puoi girarti un attimo che già ti fanno le scarpe, che già ti scavano la fossa, che già ti mettono con le spalle al muro e cosivvia dicendo, ah! se penso quando penso che, con tutta la mia delicatezza la mia sensibilità, quando penso che, avvinto allacciato e congiunto a lei nell’atto amoroso, all’approssimarsi del momento supremo, non omettevo mai di sospirarle all’orecchio: “posso?”. Bel ringraziamento, ne ho avuto.

Ecco, quando penso a tutto ciò, ecco allora sento che mi hanno, mi hanno, mi hanno tradito, proprio così, ecco ora mi è uscita lo so che è grossa ma questa, questa dovevo dirla.
Ma scacciamo i cattivi pensieri  e torniamo alla bisogna, alla bisogna e a un nuovo negozio, il cui gerente è un tipo ammodo e perbene, ah questo qui sì, non come quell’altro, questo qui sì che è cortese e gentile e mi dice ma prego si accomodi facci pure, ah no, dico io, lei è cortese gentile ammodo e perbene lo si vede subito e il suo invito difatto conferma questa prima impressione, ma a me lei facci non lo dice no, sarebbe come se lei mi dicesse venghi invece che venga, capisce, qui o si è precisi e corretti oppure, me lo dica lei, dove è che andremmo a finire, me lo dica lei, me lo dice no non me lo dice anzi mi caccia, mi caccia via dal suo locale a manate e quasi a calci va bene ho capito me ne vado da solo me ne e mi ritrovo di nuovo sull’inospite e ventoso marciapiede, dove mulinano cartacce e foglie secche e i gas di scappamento mi bruciano gli occhi, ma cosa farci, sono un uomo della metropoli io, un uomo della folla sono e con la pioggia e col bel tempo le mie otto ore di marciapiede le devo fare, costi quel che costi in termini di raffreddori influenze tossi bronchiti, reumatiche e non, nasi otturati, congiuntiviti, mal di testa e nevralgie, nasi che colano, dolori artritici e muscolari, forme infiammatorie varie, e mal di piedi, calli duroni e vesciche, e piedi piatti, tendiniti, borsiti, pelli secche e screpolate, dolori renali e vertebrali e per oggi basta così potete andare a casa.
Voi potete ma io no, la mia giornata è appena cominciata e se ne vedranno ancora delle belle, restate quindi ai vostri posti, non perdetevi il seguito e guardate, guardatemi qui quest’uomo qui che cammina avanti a me si scarta un bonbon se lo infila in bocca e butta via la carta colorata e la stagnola, questo essere inurbano ed egoista, e devo chinarmi per due volte a raccattare i suoi rifiuti e datosi che un cestino, dei rifiuti, nei paraggi non c’è o almeno non si vede, eccomi costretto a deviare dal mio percorso e a vagare inutilmente per vie secondarie e prive di esercizi commerciali, e alla fine entrare in un portone e cercare nell’androne il bidone della spazzatura.
“Cosa ci fa lei qui?”, non faccio in tempo a sollevare il coperchio del bidone che questa voce mi raggiunge alla schiena come un coltello affilato e mi paralizza all’istante. Mi giro lentamente e chi ti vedo piazzato sulla porta della sua miserabile guardiola, chi ti vedo che mi guarda con sguardo rinfrignato e sospettoso, non lo indovinerete mai perciò ve lo dico io: sulla porta della sua miserabile guardiola, mentre mi guarda con sguardo rinfrignato e sospettoso, ti vedo un portiere, un bel ripugnante portiere come ce n’era una volta, uno di quelli che, quando si stava meglio quando si stava peggio, avrebbe già suonato il fischietto solo a vedermi e mi avrebbe già affidato ai servizi di quelli del Partito, in quanto elemento asociale e di tipo criminale, e dire che io volevo solo mettere una carta di caramella al suo posto in mezzo ai rifiuti, né di più né di meno, non volevo certo frugare nei bidoni di quel puzzolente condominio, cosa vuoi che me ne importi del contenuto di quei ributtanti bidoni, ho da lavorare, io, ed ecco invece dove mi conduce il mio civismo il mio senso dell’ordine e della pulizia, mi conduce davanti a questo, a questo portiere e, per fortuna siamo in regime democratico, già mi vedevo davanti a scribi satelliti Uditori e Giudici del Fisco, e vaglielo a spiegare che volevo solo buttare via una carta di stagnola, quando mai avrebbero potuto capirlo, e hai voglia a tendere il povero arco del tuo intelletto e cercare un’altra spiegazione del tuo essere lì in quel luogo e a quell’ora, e, atrocemente, lungamente, inutilmente sarei stato martoriato da scherani sgherri aguzzini esecutori vari e come me ne sarei uscito, chissà, chissà se sarei mai più tornato uccel di bosco, o anche solo di passo o, perché no, appena di ripasso.
Chissà. Fatto è che i tempi non sono più quelli che erano, sono altri e il portiere non ha più il suo fischietto di bachelite nera ma ha solo questa voce acuta e tagliente come un rasoio, con cui mi chiede cosa faccio io qui e cosa vuole che le dica, signore mio, mi trovo qui in rispetto delle più elementari norme di igiene e di sicurezza pubblica, e mostrandogli il barattolo e l’asta col pennello gli faccio: “Io sono il Lubrificatore Municipale”.
“Cosa?”, fa lui, “ah questa è bella”. Bella o non bella, signore caro, così è e mi lasci fare il mio lavoro, e ciò detto mi metto ostentatamente all’opra, e sollevo e riabbasso il coperchio del bidone e appoggio l’orecchio alla cerniera ad auscultare da dove è che viene precisamente il cigolio che c’è, e che quel coperchio cigoli questo negare non lo si può di certo, ed intingo quindi il pennellino nell’olio e lo passo sui cardini di ferro zincato e già il lamento del metallo si assopisce in un soffio e, svolto con successo questo compito me ne posso andare, ah se penso che questa mia urbanità questo mio senso civico mi sono costati almeno un decigrammo di olio di colza, oh sono proprio sfortunato io, fammene andare adesso e me ne vado difatti, lasciando il maledetto guardiano esterrefatto ed interdetto.
Sì, lascio interdetto l’esterrefatto guardiano, sicché profittando di questa sua provvidenziale interdizione mi metto in salvo, guadagno l’uscita e mi lascio alle spalle lui e la trappola del suo lercio immobile infestato di blatte scarafaggi boje panatere scaroze e scarafoni, ah non si respirava davvero lì dentro, fammene uscire all’aria aperta, fammi prendere una boccata d’aria, fammi cambiare aria, e qui dico aria come nel deserto direi acqua, e come in mezzo agli oceani in tempesta direi terra, e come perso fra i ghiacci polari direi fuoco, e come nel fondo di una segreta direi pane, ora però dico aria e aria sia, ma d’aria non si campa no lo sappiamo tutti e passata l’ora me ne torno al lavoro e mi affaccio alla porta di una boutique, questo sì è un posto locupletato è, guarda quanti oggetti belli, vedrai che qui saranno generosi e magnanimi, saranno di manica larga e forse avranno anche le mani bucate, e varco difatti la soglia dell’esercizio, spingo la porta vetrata che si apre con un beneaugurale scampanellio e chi c’è chi non c’è laggiù in fondo seduto alla scrivania, chi c’è seduto dietro la bella scrivania in puro stile direttorio, chi c’è seduto alla scrivania con i gomiti sul piano, della scrivania, e la testa fra le mani, chi c’è che sta seduto dietro una scrivania di puro stile direttorio, per quanto sommariamente riverniciata e ridorata che sia e forse persino in parte contraffatta, chi è che se ne sta poggiato alla scrivania con la testa fra le mani e i gomiti sul piano, della scrivania, e si lamenta così, e ha un’aria così sfastidiata e sconsolata e financo sfigata, mentre le lacrime gli scorrono sul viso e gocciolano piano sulla doratura della scrivania stile direttorio, chi è. E’ un signore, è l’esercente della boutique.
E siccome io sarò un tipo autonomo ed emancipato ma insensibile no questo non lo sono, mi avvicino all’uomo che vedo in quest’ambascia in quest’angustia in questa ipocondria, mi accosto al mio prossimo al nostro fratello che soffre e gli faccio: “ma che fa, piange?”. Costui alza il capo, si asciuga le lacrime col dorso della mano, tira su col naso e mi fa: “ah, è lei”, come se già ci conoscessimo, come se avessimo mai pranzato insieme o anche solo preso un caffè al bar ma non mi formalizzo no quest’uomo è sconvolto dal dolore, bisogna perdonarlo, è affranto dalla perdita, come si vede infatti dalle unghie che porta listate a lutto, e infatti mi guarda negli occhi e mi annuncia: “mi è morto il gatto”.
Davanti a questo io rimango senza parole, poi le trovo e chiedo a quel signore: “gli voleva molto bene?”. Non l’avessi mai detto, ecco che mi si rimette a piangere, ecco che mi scoppia in pianto, ecco che mi piange come una fontana, ed è tra un fiume di lacrime che mi indica col dito un povero fagotto che giace al suolo dietro la scrivania, è un qualcosa avvolto in carta di giornale e legato con lo spago. Bisogna seppellirlo, mi vien di dire, o affidarlo alle acque, o esporlo su un trespolo, o cremarlo e spargerne le ceneri al vento, mi vien di dire e lo dico, gli prospetto cioè praticamente tutte le possibilità offerte dalla nostra premiata casa, medaglia d’argento al salone funerario di Algeciras 1908, ed è un modo anche per riportarlo alla ragione, questo, e, difatto, il signore fa “sì, sì”, si alza da dietro la scrivania, tira fuori un fazzoletto dal taschino del blazer, si asciuga gli occhi, si soffia il naso, dice: “andiamo”. Solleva il pacchetto e me lo mette in mano, prende dal cassetto della scrivania due mazzi di chiavi e, da me seguito, esce in strada, chiude a chiave la porta del negozio e, da me seguito, si infila in una bassa macchinetta sportiva, mette in moto e in un batter d’occhio ci troviamo presso la discarica comunale, che giace presso il greto del fiume. Ma è oltre la discarica che andiamo, lungo la sponda ciottolosa, ed è lì che l’uomo si ferma e mi indica un punto qualunque, e io poso i miei arnesi, mi chino e scavo fra i ciottoli con le mani, e poi nella fanghiglia fredda, ed è lì che lasciamo cadere il povero involto, che un tumuletto va a coprire alla men peggio, poi il commerciante mi abbraccia e mi colpeggia la schiena, mi dice “grazie, grazie”, torna alla macchina ma dimentica di aprire la portiera dal mio lato, mette in moto e se ne va e io lo lascio, lo lascio solo con il suo dolore, come si conviene. Quanto a me, mi basta la coscienza di aver compiuto il mio dovere.
Compiuto il mio dovere, non mi rimane altro da fare adesso che tornare a piedi in città e, eccomi, ecco qui, lo faccio, lo vedete anche da voi stessi che me ne torno a piedi in città o, se non lo vedete, basta che vi figuriate (in campo lungo, per oggi, direi), basta che vi figuriate un omino che muove le gambe, poi una strada diritta diritta e sommariamente asfaltata, costellata di buche fangose e laggiù, no, lì, un pò più a sinistra, ecco bravi proprio lì, laggiù ecco i primi palazzi della città, quelli che hanno dipinto di rosa per farci appunto la vita più colorata a noi tutti quanti che siamo.
E cammina cammina, che cosa si offre allo sguardo del nostro omino, del nostro eroe, a un incrocio di due strade? Si offre allo sguardo del nostro omino, del nostro eroe, a un incrocio di due strade, si offre allo sguardo del nostro, si offre allo sguardo, si offre, si, si offre un’amena locanda, un’amena locanda si offre allo sguardo del nostro omino e del nostro eroe a un incrocio di due strade. E un invitante cartello lo lusinga, lo lusinga egli affamato camminatore suburbano e potenziale cliente, lo hanno scelto davvero bene il loro target questi inserzionisti, e hanno vergato a caratteri d’amanuense un invitante cartello che dice: Pranzo a prezzo fizzo. Compozto da: un primo piatto, un zecondo con contorno, 1/4 di vino, 1/4 di aqua minerale, pane e coperto, caffè. Beh di fronte a un tale invito come resistere e non resisto per niente no non resisto proprio per niente ci mancherebbe altro, non resisto no ed entro in questa trattoria rusticana, entro appoggio l’asta al muro e il barattolo a terra e mi accomodo a un tavolo, e nel fare questo sono fedele al mio programma, che al punto 5 prescrive: ore dodici, pausa pranzo.
Non per essere qui pedagogico né didattico, no, ma vorrei qui a questo punto della mia narrazione aprire una parentesi e dire come codesta regola della fedeltà al proprio programmino quotidiano sia davvero una regola aurea, e dovrebbe sempre essere il primo dei nostri precetti questo qui, cioè quello di farsi una bella scaletta e seguirla passo passo, perché l’esecuzione segue sempre la concezione, ed entrambe danno alla nostra vita quel senso e quella finalità che noi tutti ricerchiamo.
Si prenda dunque un bel foglio a righe o a quadretti o anche bianco, in tal caso la quadrettatura la si farà opportunamente con squadra righello e matita, si prenda dunque un tale foglio, vi si tracci una riga verticale nella parte sinistra, e sarà questa la colonna delle ore (si esegua, incolonnando le ore, da 8 a 22); si tracci quindi, al disotto di ogni cifra oraria, una riga orizzontale al di sopra della quale si indicheranno, ben allineate, le funzioni corrispondenti alla tale ora e, infine, all’estrema destra della tabella un’apposita colonna sarà adibita alla segnatura con una x dell’effettivo compimento delle operazioni prescritte; ciò consentirà di praticare, alla fine della giornata, il più scrupoloso degli esami di coscienza. Tale modello è confacente ad attività di ogni ordine e grado, perché che siate scolari o laureandi, semplici apprendisti o esperti maestri d’opera, capitani d’industria o pubblici impiegati, un tale sistema serve a tutti, provate e resterete soddisfatti.
Vedete che mentre voi provate io non perdo tempo e fettuccine al ragù zcaloppine alla valdoztana inzalata verde frutta di ztagione caffè 1/4 di aqua e di vino pane e coperto li ho consumati e posso passare al punto 6 della mia tabellina che prescrive: ore tredici e trenta, passeggiata igienica. Esco dunque dal ristorante e mi porto a passeggio ma, se ne parli per l’ultima volta, ma devo dire che a me questa regola aurea è più necessaria che agli altri, perché con questa mia vita libera e indipendente, con questi miei sbalzi d’umore, e questo girovagare alla ricerca di qualcosa chissà cos’è, con tutto questo ci vuol bene una struttura uno scheletro della tua giornata, altrimenti che cosa ti resta fra le mani, che cosa che cosa ti rimane, se ti lasci andare così, seguendo solo l’istinto e la fantasia?
Ma riveniamo alla nostra passeggiata, piuttosto, riveniamo a quello che ci aspetta oggi, e che cosa ci aspetta, ci aspetta il lavoro quotidiano cos’altro vuoi che ci aspetti, non c’è certo qualcuno qui che mi dica fai questo e quell’altro, ti prego fallo, fallo per me, se non vuoi che per me sia finita, se non vuoi che io muoia, se non vuoi che io scompaia per sempre, no uno o una che mi dica così non c’è e allora cosa vuoi, se non lo dico io a me quello che ho da fare, chi altro vuoi che me lo dica?
E quello che ho da fare non è cosa da poco, trattasi difatti di oliare per così dire i cardini dello scambio e della comunicazione fra gli uomini, aiutandoli in tal modo a essere in pace e in commercio tra di loro. E’ per questo e non per altro che, assunte qui le forme di un povero lubrificatore, scendo in città e mi affaccio a tutte le soglie e cortesemente mi annuncio agli esseri umani: “buongiorno, sono qui per l’unzione”, oppure, a seconda dei luoghi, sgarbatamente urlo: “ungo?”.
“Ah, lei capita a proposito”, può accadere financo di sentirsi dire, raramente però, e questi sono davvero quei rari momenti belli che raramente mi riserva questa ingrata professione, bei momenti e rari quando qualcuno ti dice “ah, lei capita a proposito”, e non ti resta più che fare ciò per cui sei venuto, farlo dunque, e ricevere di ciò la giusta mercede; no, non domando mica la carità io, e quando mi si chiede quanto è che mi si deve, non vorrai mica che io dica “faccia lei bontà sua” no, io la mia tariffa ce l’ho, sarà irrisoria e risibile e ridevole quanto si vuole ma è pur sempre una regolare tariffa con tanto di annessi e connessi, spesa per la materia prima, tempo di impiego della manodopera, detto anche tempo-lavoro, indennità varie e contributi sociali; ma anche sommando tutti questi fattori, ve lo assicuro, non fa gran cosa, e i clienti questa cosa la danno veramente a cuor leggero, e rimangono contenti perché il servizio l’hanno avuto, e con che abilità, e con che destrezza, il servizio l’hanno avuto e qualcosa di positivo l’hanno fatto anche loro, un negozio con qualcuno l’hanno avuto anche loro, chi vuoi altrimenti che sarebbe entrato in quella rivendita di libri usati, dalle vetrine così polverose che neanche la sagoma dei libri esposti si distingue, chi vuoi che oggi come oggi avrebbe rivolto la parola a quel vecchietto dalla testa d’uccello che fa tutt’uno con il ciarpame che ha accumulato qui dentro, chi vuoi che avrebbe con lui scambiato cortesi parole sulla pioggia e sul bel tempo, chi vuoi che, chi vuoi che, che abbia compassione di questo personaggio dimenticato dai secoli, di questo vecchio signore gentile e inutile, di questa persona che a malapena ha ancora una forma e parvenza e appena appena obbedisce anch’essa come noi tutti alle leggi della gravità, chi vuoi che abbia ancora compassione di questo sedimento di questo scarto dei nostri tempi obliosi, di questa cosa che sta affondata in fondo a una poltrona ammuffita e che è tanto se ha ancora una voce, una voce quasi inaudibile, che porta ancora parole, che dice “ah, lei capita a proposito”, quando quella saracinesca non l’alzava né l’abbassava più da almeno vent’anni, questo lo vede anche un profano, lo vede, che era costipata e incarognita da un disuso di trent’anni, quella serranda, ve lo dice zio, topi e ratti sorci e pantegane avevano fatto il nido nel cassettone del rullo da almeno cent’anni, ve lo dico io, sono arrivato io a disturbarli e a farli fuggire a frotte, questa è la pura verità, ve lo dico io, ma si vede che il vecchio l’aveva visto subito che io questo lavoro lo faccio con l’anima, ed è vero, lo faccio con l’anima io e si vede, in quanto il lavoro è lavoro, e ho scrostato col manico dell’asta le guide impastoiate di lanugine e di guano, e a forza di tirare l’è venuta giù la serranda, alla fin fine è venuta e l’obolo del libraio l’ho proprio meritato questo va detto sì e poche ma sentite parole le ho pronunciate sì e ho dichiarato che di saracinesche ne avevo viste, eh se ne avevo viste, ma una così no mai, no una così non l’avevo mai vista mai, sicché è stato veramente con l’aria di scusarsi che il vecchio ha sospirato e ha tirato di tasca la moneta e, per non farlo sentire in imbarazzo io, ché sono un cuore tenero io, per non farlo stare a disagio mi sono attardato a chiaccherare con lui del tempo che faceva, e faceva freddo sì, di questo si accorgeva anche lui, perché glielo facevano sapere le sue povere ossa, glielo, a lui, per quanto questo inverno qui, come mi ha rivelato, non fosse niente in confronto a quello del quarantaquattro, quando fece così freddo che, se proprio volevi azzardarti a urinare all’aperto, allora dovevi farlo camminando all’indietro, se non volevi che un arco di ghiaccio ti penetrasse per l’uretra fino al cuore, uccidendoti all’istante.
“Ma no!?” faccio io, a sentire questo resoconto. “Ma sì!” fa il vecchio, sorpreso della mia incredulità, di cui subito e precipitosamente mi scuso, ah se penso che ho fatto pesare l’incognita del dubbio sulle parole di questo povero vecchio, come potrò mai perdonarmene, come? Ci penso e intanto ascolto l’uomo che mi racconta la sua vita e sono stanco di stare all’inpiedi, ché i piedi mi fanno ancora più male quando staziono immobile e non li muovo, i miei poveri piedi che mi fanno male, e le varici, quelle chi le sente, quelle, sentitele voi perché io di starle a sentire la pazienza non l’ho più non l’ho, ma il fatto è che il momento buono per congedarmi non l’ho trovato e poi gli voglio già così bene, a questo vecchietto, gli voglio così bene che me ne vengono le lacrime agli occhi e vorrei stringermelo al petto e baciarlo sulla fronte veneranda perché egli è il papà di noi tutti, il papà che non si cura più di noi perché ai suoi libri ha da pensare, e vorrei baciarlo sulle tempie, questo piccolo vecchio dalla barbetta bianca, ma non lo faccio, non lo abbraccio né lo bacio e invece ascolto in piedi il suo racconto interminabile, e passa il tempo, il tempo passa e siamo proiettati all’indietro nel tempo, perché così è, voliamo verso il passato e l’occhio lo voltiamo dall’altra parte, e così non vediamo niente, non vediamo proprio niente no di quello che c’è sotto di noi, così è, ma non voglio immalinconirvi no con le mie storie e voglio invece solo finire di narrarvi di questo vecchietto, si pensi ad esempio che, dopo aver fatto quello che ha fatto, dopo aver fatto quello che ha fatto e tutte le altre belle cose che ha fatto, di cui mi ha riferito, ecco che si trova a finire i suoi giorni in quest’umida e buia bottega, ma che vuoi, purché abbia un libro in mano, lui, tutto il resto gli è indifferente, e ha bisogno solo di qualcuno con cui discutere di tanto in tanto e del più e del meno, esigenza questa che io comprendo bene, perché anche la mia autosufficienza non è che sia eterna, e passata una settimana un corpo umano devo pur toccarlo, un qualche contatto con il mio simile devo pure averlo, perché farei allora il cieco con la canna bianca, perché farei lo sciancato col carrellino, perché farei quello che entra nel bar e sviene sul pavimento, lo faccio perché uno che ti prende per le spalle e ti rimette in piedi lo trovi sempre, perché farei quello con due gambe ingessate e le stampelle rotte allora, lo faccio perché qualcuno che ti prenda per mano o anche sottobraccio compaia e il prezioso contatto con il mio simile l’abbia anch’io, ah se penso che a questo mi sono ridotto, non crediate no che non sia consapevole della mia miseria no, ah se penso, se penso all’ingratitudine umana, se penso alla marezzatura dé suoi capelli biondi, che più non pettinerò con dita trepide, se penso al dedalo di venuzze nella trasparenza del suo seno colmo, che il mio sguardo avido più non percorrerà, se penso alle affusolate falangette che più non suggerò tra le labbra tremanti, se penso alle pelluzze tra unghia e lunula che più non le reciderò con i dentuzzi, no, che più non, che non più, che non più da che, da quando un giorno le dissi, non l’avessi mai fatto, da quando un giorno le dissi, porgendole le chiavi di casa, le dissi … ed è così, gentili astanti, è così, o voi del cortese pubblico, è così, belle persone, è così che io sono, oggi come oggi, in senso assoluto, l’ultimo dei reietti, proprio così.
Proprio così, ma a prescindere da tutto ciò, su cui rilascio cadere il velo che ho avuto la debolezza di sollevare, sia pure per un attimo, a prescindere da ciò c’è qui il mio vecchio, che continua a parlare parlare m’ero distratto un attimo ma che alla fine dichiara che l’ora è tarda e i suoi ricordi anche sono stanchi, e come lui cominciano a ciondolare il capo, a palpebrar le palpebre, a sbadigliare, e insieme con lui reclinano la nuca sullo schienale della poltrona e si riaddormentano.

Amici! Cosa volete che faccia io adesso. Faccio quello che vi aspettate da me, e cioè rimbocco il plaid sulle gambe del pover’uomo e me ne esco cheto cheto senza far cricchiare l’uscio, immaginate solo il tempo che ci ho messo, ma alla fine nella via mi sono ben ritrovato e non senza sollievo ho riprovato il gusto della libertà! che consiglio a tutti quanti, è davvero delizioso, e così ho ripreso i miei sentieri il cielo sia lodato, si è svolta veramente all’insegna della perdita di tempo questa giornata, ma non voglio qui recriminare, è andata come è andata e va bene così, ma devo ora recuperare il  tempo perso, perché come una diga incombe su di me il punto 8: ore diciannove, cessazione del lavoro, e che cosa ho combinato oggi, quale traccia ho lasciato del mio passaggio in questo mondo su questa terra, che cosa ho lasciato? Un bello zero, ecco che cosa ho combinato oggi, proprio così, finanche il vecchio la monetina se l’è tenuta stretta in mano e ci si è addormentato sopra, un bello zeri spaccato ho concluso, e questo qui che dico mi esce dal fondo del cuore, mi dispiace ma dovevo dirtela la verità fa male lo so ma quando ci vuole ci vuole, anche se questa rivelazione può comportare gravi conseguenze sullo sviluppo successivo del soggetto e anche taluni scompensi e squilibri del sistema psicofisico e financo pericolose affezioni psicosomatiche, perché qui siamo tutti soggetti a rischio, siamo, e nessuno sta in una botte di ferro, no nessuno ci sta no, e andiamo tutti avanti di pari passo, andiamo avanti, verso quella che è la nostra destinazione finale, e tornatene quindi al tuo posto, e cerca di mettere la testa a partito e vedi di quagliare qualcosa anche oggi e tira a te la maniglia di questo spaccio di generi coloniali, visto che la targhetta dice “tirare” e non dice “spingere”, tirala dunque la maniglia e con quella la porta e introduciti nello spazioso fondaco dove troneggiano dietro l’alto bancone i busti di due opime donne, madre e figlia, lo si vede subito difatti fin dal primo colpo d’occhio che quelle due donne opime madre e figlia sono, lo si vede perché quelle due donne sono proprio come due gocce d’acqua sono, sono davvero il ritratto sputato l’una dell’altra, solo, si direbbe, la figlia è il  ritratto della madre con vent’anni di più, e la madre è il ritratto della figlia con vent’anni di meno, a parte ciò entrambe sono occupate con i clienti, non è il caso di chiamare dal fondo del locale, mi accodo quindi ai clienti e aspetto il mio turno, che non arriva mai e poi mai, perché nuovi clienti entrano nell’esercizio e vengono tutti serviti prima di me, non mi vedono né loro né le bottegaie, ma come è questo fatto che quando c’è da fare una coda divento sempre invisibile e tutti mi passano davanti, ma com’è? Tanto è che, stanco dell’inutile attesa, volto le spalle al bancone e torno nella strada, lo vedi che qui invisibile non sono perché i passanti si scostano per non venirmi addosso, è vero però che mi sono piantato in mezzo al marciapiede mi sono e, allora, fatta questa prova qualità, visto che quando davvero lo voglio invisibile non lo sono no, fatta questa prova passiamo al prossimo, veniamo al prossimo e veniamo a questo negozio di calzature, che farà almeno 200 metri quadri di superficie interna, senza contare vetrine e spazi espositivi diversi, e per non parlare della facciata, che è tutta rivestita di marmi preziosi e incastonata di lapislazzuli e ametiste e che farà almeno trenta metri di lunghezza e avrà quindi altrettanta metratura di serrande, questo sì mi incentiva e mi motiva, entro perciò difilato in questo luogo spazioso e ben illuminato, entro ma non c’è nessuno qui, forse perché è vicina l’ora di chiusura chissà, si sente però un tramestio che viene dal retrobottega, aspetto pazientemente e nell’attesa raddrizzo un quadro storto, è un’elegante stampa che rappresenta un’antica conceria e a maggior ragione non posso lasciarla così storta, mi fa venire il nervoso mi fa. Attendo pazientemente e dopo non molto compare qualcuno da dietro la tenda compare una ragazza che mi fa “desidera prego”, ma questa ragazza è di una tale bellezza, ma di una tale bellezza che ne sono abbagliato e abbacinato e che tutto confuso impacciato e vergognoso arretro e sgaiattolo via senza profferir motto, perché davanti a tale bellezza si può solo morire.
Ed è scaduto così il tempo a mia disposizione, si sono fatte le diciannove e con quelle si è fatto il momento di cessare il lavoro, suona la sirena dentro la mia testa, ché non ho bisogno di orologio io per sapere che ore sono, ché me lo sento io a che punto siamo. Siamo al punto di dover operare un cambiamento, siamo a una svolta delle indagini sul caso mio di me, siamo al punto in cui si apre avanti a noi la lunga serata e bisogna trovare qualcosa da fare, non è a caso che talvolta in questi momenti mi viene una malinconia mi viene come un’uggia e con quella l’estro di cambiare aria, cambiare di posto e andarmene via verso nuovi lidi e nuovi orizzonti, per fortuna il punto 10 della scaletta sta lì, come una bitta sul molo dello sconforto, come uno scoglio nel mare dell’inoperosità, sta lì che dice: ore ventitré, ritorno al domicilio.

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