Seconda edizione rivista e accresciuta.
A limited edition of 30. Eight texts on Curious translucents 140 gr. paper, seven digital prints giclée on offset paper 350 gr.
Size: 14×14 cm. Signed and numbered.
Italian text.
Price: €60, shipping included.
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Including a new text and a new image:
Tarquinia B 07. Alcuni dei circa trecento Samaritani schedati e fotografati dall’antropologo Giuseppe Genna in Palestina, a Kiryat Luza, negli anni Trenta del XX secolo, in quanto esponenti di una popolazione “autenticamente semitica”, si rincontrano nella tomba del letto funebre, le cui pitture vennero rimosse su indicazione di Cesare Brandi dalla necropoli dei Monterozzi a Tarquinia e ricollocate nel sottosuolo del Museo etrusco di Villa Giulia, ove tuttora si trovano, meno intruse che non i miei “autentici” semiti.
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Here the link to the 2016 Italian edition.
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All’inizio l’antichità è stata per me una bocca d’anfora affiorante su un fondale sabbioso non più alto che tre metri. Mi ci avvicinavo con la fiocina cui avevo annodato uno straccio bianco. I polpi sono attratti dal bianco ed escono dalla loro tana preferita per avventarsi sul pezzetto di stoffa; è quello il momento di arpionarli; si tratta di una tecnica di caccia subacquea semplice e fruttuosa.
Dovevo avere sui quindici-sedici anni. Il fondale era quello del Porto Clementino, sul litorale di Tarquinia. Ancora non avevo visto le tombe dipinte.
Una volta tirai su un polpo insieme con il suo concavo rifugio e, quando mi indicarono un personaggio che pagava anche ventimila lire per un’anfora romana intera, mi spostai su altri fondi, di fronte al poligono militare di Pian dei Spilli, ove trovavo sui sei metri certe anfore tipo Dressel 1A o 1B. Con sagola e rullo di gomma mi ero fatto un rudimentale argano e potevo cavarmela da solo.
Già l’inverno successivo affittavo una moto da cross insieme con un amico, la domenica, e andavo alla ricerca di tombe etrusche nelle forre intorno a Blera e a Barbarano. Non eravamo i primi a entrarvi, ma ne riuscivamo sempre con qualche frammento di bucchero o di ceramica dipinta.
Nel febbraio del 1971 ci fu il terremoto di Tuscania. Con tre compagni mettemmo in macchina una pala e un piccone trovati in garage e andammo a dare una mano. Alloggiavamo in tende militari e ci scaldavamo la sera con il “cordiale” in bustine di plastica che i marescialli ci distribuivano generosamente. Di giorno spalavamo le strade del centro storico ostruite dalle macerie; a volte, camminando raso al muro, entravamo in un appartamento sventrato: fotografie di famiglia in scatole da scarpe, ninnoli sparsi al suolo, centrini e pizzi coperti di calcinacci. Vidi i sarcofagi etruschi mutilati intorno alla piazza Basile: i defunti non erano stati decapitati dal terremoto ma dai tombaroli. Poi vidi l’abside smozzicato della più bella chiesa al mondo, la basilica romanica di San Pietro (è vero ricordo o mistura d’immagini? Chiese crollate ne ho viste anche in Irpinia nel 1980).
Più tardi, all’università, mi ero destinato a una carriera di etruscologo quando l’obbligo di superare un esame di tedesco dirottò altrove la mia attenzione; oltretutto si era sul più bello delle assemblee a esito pugilistico fra revisionisti come noi “amici del Manifesto” e le “Sturmtruppen” dell’Autonomia organizzata.
Nella vita ho fatto altro ma alle tombe di Tarquinia sono sempre tornato. Direi che le visito più di quella dei miei genitori, non me ne vogliano a male, loro e quell’altro.
Ci sono stato quando erano tutte accessibili, poi quando rimasero aperte secondo una rotazione annuale, e anche quando le hanno fatte visibili di là dai vetri blindati che ne sigillano l’ingresso. Confesso che, quando torno nella Tuscia, mi capita di lasciare moglie e figli al Lido per scappare dieci minuti a rivederne una o due.
Lo scrittore britannico D.H. Lawrence (1885-1930) ne visitò un paio di dozzine fra un pomeriggio e una mattinata dell’aprile 1927 e ne descrisse quindici (Etruscan Places, pubblicato postumo nel 1932). La sua è la visione di una gioia di vivere e di un edonismo etruschi contrapposti all’austerità e al militarismo romani; è un’interpretazione di critica implicita al regime mussoliniano, che della potenza romana si voleva erede.
Alcune delle tombe in cui sono tornato recentemente furono visitate da Lawrence; le descriverò a modo mio.
(Giugno 2016)
Postilla: non mi pare che Lawrence sia entrato nella Tomba del letto funebre. Ma, dopo averla visitata ben più comodamente che lui – che si infilava nei cunicoli con le torce, guidato dai ragazzi del posto -, ho voluto inserirvi intrusi che non avevo ancora invitato, un paio di Samaritani del villaggio di Kiryat Luza, nella Palestina sotto mandato britannico, schedati e misurati dall’antropologo Giuseppe Genna più o meno negli anni in cui lo scrittore esplorava le tombe di Tarquinia e di Vulci.
(Gennaio 2026)
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