Erranze intrecciate, feuilleton 03 (2003)

12 dicembre 2002. Sì, è stata una giornata fin troppo adatta a un pellegrinaggio sebaldiano.

Lasciato il sacco al deposito bagagli di Liège-Guillemins, ho atteso un treno locale per Flémalle-Haute. Già sulla pensilina di Liegi scendeva il nevischio. All’uscita della stazione di Flémalle era diventato una pioggia gelida e battente. Ma la mia ricerca, anche se vana (“di Café des Espérances ce ne sono a migliaia in Belgio”, mi avevano detto), andava compiuta e andava compiuta a piedi.

“Già pochi giorni dopo esserci conosciuti nella Salle des pas perdus alla stazione centrale, mi imbattei in lui per la seconda volta in un quartiere operaio alla periferia sud-ovest di Liegi che avevo raggiunto verso sera arrivando a piedi da Saint-Georges-sur Meuse e Flémalle. Il sole squarciò ancora una volta la cortina di nubi blu inchiostro di un imminente temporale, mentre i capannoni e i cortili delle fabbriche, le lunghe file di case operaie, i muri di mattoni nudi, i tetti di ardesia e i vetri delle finestre luccicavano come se un fuoco vi ardesse dentro. Quando per le strade la pioggia incominciò a scrosciare, mi rifugiai in una minuscola taverna che si chiamava, credo, Café des Espérances e dove, con non poca sorpresa da parte mia, trovai Austerlitz curvo sui suoi appunti a un tavolino di laminato plastico. Come sempre da allora, anche in occasione di questo primo nuovo incontro riprendemmo la conversazione senza spendere una sola parola per commentare la stranezza del nostro ritrovarci in un luogo come quello, che nessuna persona ragionevole avrebbe mai frequentato.”

Questo era il passaggio che aveva motivato la mia gita invernale.

La mia intenzione era di scendere alla stazione di Flémalle e di lì rendermi a piedi a Liegi per i circa dieci chilometri della Nazionale 617, percorrendo i quartieri operai ove doveva trovarsi il Café des Espérances e ove Sebald aveva collocato la scena di uno dei suoi incontri casuali con Jaques Austerlitz. Quello era il mio programma, andava quindi seguito. Mi sono calato sulle orecchie il passamontagna, mi sono incamminato lungo la fila di case di mattoni e per i marciapiedi sconnessi che fiancheggiano la Nazionale 617.

Flémalle: fabbriche dimesse, cokerie in corso di demolizione e in attività, memoriale 1946-1996 ai minatori italiani, deposito di autobus, castello con lapide al sindaco resistente e vittima dei nazisti, chiesa gotica in pietra grigia, videoshop, negozio di ferramenta in liquidazione.

Jemappes: Zeeman Textiels Super, Café Le Normand, Superplus Sport, maison à vendre Te Koop, le grand Canyon, Super Partner Plus.

Seraing: Eurorent, cavalcavia dell’autostrada E 25, I.P.E.S.S, deposito di pneumatici, studio à louer 049/467069, Selectcolor peintures émaux vernis, Isotort Isoplast, Aretino spécialités italiennes, Cockerill Sambre.

Tilleul: Le capital tue! Mort au capital! Marichal Ketin, Jupiler Le Corner, Jupiler The Cup, Taverne le Rouge et le Blanc, stadio dello Standard, Marmaris friterie pitas snack sandwich, vêtements de travail et de loisir, ateliers de la Meuse.

E’ il tardo pomeriggio quando mi trovo nella piazza del Generale Leman, alla periferia meridionale di Liegi, sono zuppo di pioggia fino al fondoschiena, dalle scarpe mi sale un vapore purulento, le articolazioni delle ginocchia mi fanno gnecche-gnecche e so già che stasera dovrò munirmi di aghi roventi per bucarmi le bolle, ma un Café des Espérances per la mia via non l’ho incontrato. Ah, la licenza letteraria sebaldiana!

Cerco un luogo ove sedermi, liberarmi del pastrano, andare alle toilette per asciugarmi sommariamente. Ma non c’è un bar ove non mi sentirei notato e scrutato, si vede che questi sono tutti posti da habitué. Cammino ancora. Mi trovo, non lontano dalla riva della Mosa, in un parco pubblico. A lato di un vialetto fangoso e di fronte a un laghetto mezzo asciutto si erge come un monumento mussoliniano, “nella sua necessaria solitudine”, un vespasiano dipinto di blu. C’è un curioso edificio lì davanti, un gazebo dalle dimensioni sproporzionate e, proprio difronte, un padiglione modernista dalle forme curvilinee e puntute. C’è una porta vetrata e, al di sopra della porta, una pubblicità di birra. Si tratta, vedo, di un museo e della sua caffetteria.

Ecco dove troverò riposo e ristoro. Vado al bagno e faccio ciò che avevo previsto di fare, in più ordino alla barista un bel tè. Vedo che ci sono quadri dipinti tutt’intorno alla sala, e anche in un’altra saletta, e vedo che il sottosuolo del locale ospita un Musée de l’Art différencié.

Questa arte differenziata, che si distingue dall’art brut di Jean Dubuffet, è arte prodotta da handicappati mentali, come spiegano i vari opuscoli posti alla disposizione del pubblico. Mi pare di aver capito che la differenza fra questi creatori e quelli raccolti sotto la definizione di “brut” è che questi ultimi sono “personnes obscures, étrangères aux milieux artistiques professionnels” (Dubuffet 1963), mentre per i primi viene rivendicato uno statuto di artista a pieno titolo. Io non trovo quelli meno potenti di questi, ma è certo che ci sono qui belle personalità, come Salvatore Difranco, autore di sensibili opere d’après Modigliani e Magritte, o Luc Wos, che dipinge labirintiche piante di città che nulla hanno da invidiare a un Klee dell’età di mezzo.

Mi sono riscaldato, parzialmente asciugato, ristorato nel fisico e financo nell’intelletto. Sono stato infine capace di protrudere sguardi lunghi e nostalgici verso la vivace barista dai capelli corvini intrecciati alla Rasta, ma non c’è stata reazione no, me ne sono uscito nella desolazione fredda oscura del parco d’Avray, che ho traversato in direzione della stazione ferroviaria, che ho raggiunto in pochi minuti, dove ho atteso il treno che veniva da Colonia e mi riportava al mio studium e alla mia città putativa.

Questo spostamento geografico, questa escursione culturale, fu dunque un buco nell’acqua. Passeranno tre mesi prima che io sia di nuovo capace di mettermi in cammino e di mettermi sulla strada. Nel frattempo c’è stato il devastante incontro con Madeleine.

14 dicembre 2002. A Parigi nessuno mi invita mai a una serata e, se mai qualcuno mi invita, sarà, nella maggior parte dei casi, una serata compassata e costipata, fissata con sei settimane di anticipo, e ove nessuno si prende la briga di presentare i nuovi venuti agli invitati abituali ed è così che, generalmente, finisco per prendere una postura torva di statua del Commendatore, mi acquatto nel primo sgabuzzino che trovo, di lì non mi muovo, nessuno mi accosta e perciò, penso, più nessuno s’azzarda ad invitarmi a una serata parigina.

Invece, mi ricordo, cosa era andare a una serata moscovita. Ci andavo con persone per le quali pareva che tutto, il proprio destino personale e le sorti del mondo, dipendesse da quello che si sarebbe incontrato in cima alle scale buie da cui erano state asportate tutte le lampadine, dietro la porta immensa il cui campanello si trovava a tentoni. Ci si fermava a un chiosco per comprare una bottiglia di vodka o di spumante moldavo e via, ci si avventurava rumorosamente dentro gli ascensori cigolanti e puzzolenti di urina, portando già l’allegria con noi.

Non mi aspettavo dunque una cosa del genere quando, nel tardo pomeriggio del 14 dicembre 2002, mi presentavo, al numero 7 del boulevard Saint Michel, all’appartamento di certe persone che conoscevo appena. Mi dicevo che avevano invitato me non tanto per simpatia ma perché un artista barbuto in un bel party dà sempre un tocco decorativo. Ma i miei ospiti, i signori Broher, erano non solo polacchi ma erano tutto tranne che parigini, e non avevo ancora toccato il campanello che già ero stato adottato, preso in braccio, trasportato da un angolo all’altro del salone, presentato a tutti i presenti senza eccezione, dissetato, nutrito, intrattenuto. Una calma sovrana mi ha pervaso, è crollata la crosta di gesso del Commendatore, ero lì al cento per cento, pronto a tutto accogliere, pronto financo ad andare incontro a qualcheduno. Lì è apparsa Madeleine che mi ha ipnotizzato con la sua voce di contralto e che, quando ha visto che il mio bicchiere era vuoto, si è allontanata da me ed è andata a prepararmi una vodka con spremuta di arancio di cui non avevo alcun desiderio e, non so perché, ho trovato tale gesto così incredibile che già avrei voluto accendere un cero in quel punto esatto del parquet in cui il suo polpaccio aveva compiuto una torsione di 68° e il profilo della sua anca aveva indicato la direzione Est-Nord Est, prima di scomparire oltre la porta della cucina. L’attesa sospesa che ha seguito quel movimento mi fu deliziosa. Quando lei è tornata e mi ha teso il bicchiere con la bevanda, l’ho bevuta in ottemperanza della mia condanna definitiva. L’ammirazione è sempre la prima tappa della caduta.

Mi rimarrà, dei successivi incontri tanto brevi da parere videoclip oppure apologhi neo-testamentari, una serie di immagini frammentarie e di impressioni aptiche registrate quando la sensibilità si affievoliva e potevo ricordarmi di ricordare, sapendo che a quelle immagini e a quelle impressioni rimemorate sarei ricorso nelle notti solitarie che senza dubbio sarebbero rivenute. Così è stato.

22 gennaio 2003. E’ stato certo il giorno più bello della mia vita. Non è accaduto niente, quel giorno. Come al solito l’ho trascorso fra lo studio e le vie del quartiere. Ma il colore del mio ozio operoso è stato fondamentalmente diverso da quello che ho conosciuto per il novantanove per cento dei miei giorni, negli ultimi quindici anni. Il 22 gennaio 2003 il mio ozio e la mia operosità sono stati sovrani e ne avevo coscienza, mentre infine abbandonavo il trascorrimento nello spazio e mi spostavo dentro il tempo. A sera sarebbe venuta Maddalena.

4 aprile 2003. Ho ripreso la mia vita di artista a quattro ruote. A Vietri sul Mare ho ritirato dagli Scotto le due cassette di maioliche che avevo dipinto in gennaio (cosa fare di quella su cui ho scritto “celle-ci est pour Maddalena?”), trascrivendo col blu di Delft la sesta pagina di La philosophie dans le boudoir. Si aggiungevano, quelle venticinque piastrelle 20×20, ai tre metri quadri di Sade che avevo già trascritto e che formeranno il pavimento leggibile di un vero e proprio boudoir ricostruito che somiglierà in verità piuttosto a una cella di clausura e che sarà visitabile presso lo spazio 3A, in vicolo Sforza Cesarini 3a a Roma, dal sabato 12 alla domenica 13 aprile 2003. 4

Caricato il cofano dell’auto con il metro quadro di Sade (questa è l’ultima volta, giuro, che lavoro con la ceramica; pesa troppo, è troppo fragile e non vedo proprio quale collezionista possa anelare al possesso di una siffatta stanza da bagno) ho tempo da perdere e da far passare ma anche lavoro da fare. Dovrò ben mostrare qualcosa, al 3A, oltre al pavimento sadiano, dovrò! Riprenderò le anatomie dipinte e le dissezioni disegnate che feci cucire a mia madre col filo rosso sulle tele di garza alte tre metri, bei sudari barocchi trasparenti che spaccio per opera mia quando mi sono invece limitato a fornire il tracciato a mia madre e farla lavorare di fretta e di notte, perché dovevo tornarmene a Parigi per farle vedere a una esposizione. Allo stesso modo ora ho fretta, e la mia crisi creativa assortita di leggera depressione che dura ormai da qualche anno (un effetto post-thòrunniano, più in là mi spiegherò) va combattuta in stato d’emergenza e sotto mostra, con una trovatina come questa: attingere al proprio repertorio e prodursi in una variazione sul tema, allungandosi nella direzione di una radicalità che, se non potrà essere estetica, sarà almeno tematica.

Queste dissezioni verranno quindi riprodotte al tratto, con pittura trasparente color rosso sangue, dipinte su due vetri sovrapposti, uno dei quali rivoltato, in modo da avere un disegno sdoppiato e una doppia ombra, pure rossa, al muro.

Metto in moto e guido verso Raito, che sovrasta Vietri Cerco un posto dove parcheggiare, un bel posto panoramico. Lo trovo sotto Villa Guariglia, che è il museo della ceramica. Parcheggio fra due pulman da cui sono scese le scolaresche in gita, ma mi sento osservato dagli autisti che si fumano le sigarette, riavvio l’automobile e la porto su di un piazzaletto sterrato, fermo le ruote proprio sul bordo del dirupo, davanti a me c’è tutto il golfo di Salerno. Armeggio nel cofano, tiro fuori le lastre comprate alla Vetreria S. Ciro di Vico Equense, i colori, i pennelli. Trovo una bottiglietta vuota di Coca Cola, ne ritaglio il fondo col coltello a seghetto che tengo sempre in macchina e che uso in genere per fare la cicoria durante le mie soste presso le aiuole delle autostrade, in tal modo mi faccio una ciotolina che riempio di acqua Ferrarelle e che userò per pulire i pennelli. Mi seggo al posto accanto a quello di guida, pulisco i vetri con lo sputo e un fazzolettino di carta. Il fazzolettino di carta lo butto fuori del finestrino, ce ne sono già tanti a terra, questo deve essere un luogo di appuntamenti notturni e furtivi, io non ho appuntamento con nessuno ma vedi, i miei fazzolettini li ho anch’io e li getto fuori dal finestrino così sporchi di rosso come sono, in mezzo a tutti gli altri.

Chino come sto su qualcosa affaccendato, chiuso dentro l’auto, gli autisti dei pulman scolastici che – vedo nello specchietto retrovisore – mi guardano di lontano, penseranno certo che mi sto facendo le pere. Lavoro di tratteggio con la pittura purpurea per un paio d’ore; mano a mano poggio le lastre ad asciugare sui sedili e poi sul ripiano del finestrino posteriore. Lavoro senza voglia ma con stolida diligenza; stavolta sono io quello che dà l’ordine ma anche colui che esegue. Ho riempito tutto lo spazio disponibile nell’automobile, mi rimetto al posto di guida, esco in retromarcia dalla piazzola, mi immetto nella S. S. 163 della Costiera Amalfitana, ridiscendo a Vietri, traverso la piazza, esco dal paese, imbocco l’autostrada A3 in direzione nord.

6 aprile 2003. Il Museo campano di Capua è uno di quei tesori poco noti o noti solo a qualche fanatico storico dell’arte tedesco od inglese, che esistono solo in Italia meridionale. Ma forse sono ingiusto, non so, forse schiere di e stuoli di semplici cittadini si pressano alle porte del palazzo principesco dei San Cipriano per avere visione dei bassorilievi e delle steli raccolte da Theodor Mommsen nel lapidario o, nella pinacoteca, della Deposizione di Bartolomeo Vivarini, oppure delle teste colossali salvate dalla demolizione della porta federiciana, oppure della raccolta di antichità italiote, romane, greche, fra cui alcuni vasi a figure rosse poggiati su mensole come voi poggereste una tour Eiffel di latta dorata, ma questo pubblico colto e civile io il 6 aprile nel polveroso museo campano di Capua non l’ho visto, c’erano, è vero, alcuni studiosi occhialuti nelle sale della biblioteca annessa al museo, che è ricca di 50.000 fra pergamene carte geografiche e volumi vari, in-folio, in-ottavo, in-quarto e financo in-sedicesimo, ma quel pubblico che il museo di Capua meriterebbe doveva trovarsi in visita a una qualche pappa fatta tipo “Tutti i Caravaggi sintetici” o “I ninnoli di Picasso dalla collezione East-Southampton di Levallois-Perret”.

Nel 1845 il signor Patturelli, proprietario di un terreno in località Petraia, presso la via Appia, aveva ordinato di sterrarlo per edificarvi un muro di cinta. Vennero fuori dalla terra fregi e sculture antiche. Immediatamente il Patturelli fece ricoprire i reperti, per evitare noie e perché non gli venisse bloccata la costruzione del muro. In questa circostanza vari pezzi vennero danneggiati o asportati per essere rivenduti, e la voce della scoperta iniziò a circolare. E’ quindi probabilmente alle enclosure borghesi dell’Ottocento che dobbiamo le Matres.

Nel 1873 iniziarono degli scavi un po’ disordinati, regolarizzati solo qualche anno più tardi. Rividero la luce più di centosessanta statue lavorate nella pietra locale, il tufo. Rappresentano tutte donne sedute con in braccio uno o più neonati in fasce (fino a ventisei, ma in media ce ne sono sette o otto) e sono state eseguite nell’arco di forse mille anni, dal neolitico fino all’epoca imperiale, e traversano tutti gli stili e le tecniche plastiche dell’antichità; vi si intrecciano le influenze osche, etrusche, greche, latine ed ellenistiche. Si tratta delle Matres Matutae, monumentali offerte votive per ringraziamento di un parto riuscito o per propiziazione della fertilità familiare e insieme mostra della ricchezza acquisita. Per mille anni tutta una città si è avvicendata sul luogo di culto della Mater italica, depositando doni e lasciando la più meravigliosa collezione di variazioni sul tema della fecondità, dalle appena sbozzate forme geometrizzanti alle opime figure “tozze e mostruose sì che sembrano rospi” (Mancini, cit.) ai morbidi panneggi e ai volti ovali dell’ultimo secolo prima di Cristo.

Scelgo proprio la più antica madre, quella che il guardiano chiama ironicamente “picassiana” e – del resto – è ben autorizzato all’ironia, visto chom la guida a stampa del museo reciti “Gli errori nella costruzione della persona sono tanto singolari da rendere l’immagine particolarmente attraente”. Misuro dove guarda e annoto che guarda a nord, a 27° N-NE per essere precisi. Buono a sapersi.

23 aprile 2003. Sulla S. S. 1 Aurelia, in direzione Europa. Quante volte avrò percorso questa strada, diecimila, ventimila, non so. Potrei chiudere gli occhi e dire a quale chilometro ci troviamo, secondo l’odore dei campi fertilizzati o delle centrali termoelettriche o del mare sugli scogli, secondo l’ampiezza di una curva o la ramificazione delle crepe nell’asfalto, secondo il frinire delle cicale o quello dei cavi dell’alta tensione.

La vetturetta che guido è stracolma: i miei archivi personali, i taccuini, gli scritti battuti e ribattuti, le foto di famiglia, quelle di mio fratello, rotoli e pacchi di lavori incompiuti, senza presente né futuro. Tutto ciò che mi appartiene o mi definisce viaggia oggi insieme con me: se avessi ora un incidente e questa auto bruciasse insieme con il suo contenuto, di me non resterebbe che qualche quadro appeso in appartamenti di amici che non si conoscono fra di loro e un paio di articoli in diverse lingue, pubblicati qui e là in riviste a diffusione confidenziale.

Sto re-trasmigrando a Parigi, città ove ho vissuto per quasi quindici anni. Eppure ho la sensazione di andare in esilio. Per le mie carte avrei ben volentieri trovato un bel rifugio rurale: una casupola di collina con vista sul mare Mediterraneo, per esempio. Ma quello che mi è capitato è uno studio a Parigi: noi accettiamo, accogliamo ciò che viene, che sia Madeleine che si fa conoscere a mezzanotte o Xavier che mi offre un atelier in mezzo alle chiacchiere di un vernissage, ed ecco sto sulla statale Aurelia per la ventimillesima volta, ma non vado stavolta a insegnare ai bambini di Torrimpietra, non vado a pescare anfore romane al largo del porticciolo di Tarquinia Lido, non vado con la ragazza nell’appartamento vuoto umido d’inverno a Porto Ercole, non vado a imparare il mestiere di falegname a Genova nel sestiere di Pré, non vado a ridipingere una casa a Hyères, dormendo in un capannone sulla spiaggia insieme con mio fratello. No, me ne vado a Parigi con il mio fottuto archivio personale e qualche capo di vestiario inzeppato dentro il cofano.

Quando guido non ho fretta ma ho ansia e non ho voglia di fermarmi. Se lo faccio, è solo per svuotare la vescica e riempire il serbatoio. Del resto non appena metto i piedi a terra le gambe mi tremano a causa delle vibrazioni e solo quando mi riseggo in auto il tremore passa. Siamo un tutt’uno io e la mia Fiat Uno.

E’ quasi il tramonto quando, dalle parti di Basilea, mi fermo per fare benzina. Non vendono birra alla stazione di servizio, e questa è l’ora in cui ho bisogno d’un petit remontant, quoi! E perciò mi trovo costretto ad aprire il vano del cruscotto, tirarne fuori una bottiglia sigillata di Jameson e tirarne tre belle sorsate. Dopo di ciò la strada è più sgombra e il motore più brillante, sorpasso tutti cantando a squarciagola e mentre affondo nel bel tramonto color pastello mi si schiarisce la testa e mi vengono finanche nella mente quelle idee che mi sono mancate per tutto il mio soggiorno in Italia, paese che è per me quello degli affetti (oh, affetti, oh, affetti cari, come vorrei fondermi in voi e nell’alcol e smettere alfine di essere inafferrabile dai più!) ma non quello dell’intelligenza.

23 maggio 2003. Ecco, sono di nuovo fuggito. Questo è il mio movimento, non appena manco di movimento. Passo una giornata normale come di più non si puote, cerco materiali in giro per i bazar, srotolo stoffe di organza e poliestere al Marché St. Pierre, mi costruisco una porta scorrevole fra bagnetto e corridoio, raccolgo con le dita le scagliette di vecchia pittura cadute sul piancito dello studio, mi faccio venire in mente un lavoro di grosse dimensioni, che potrebbe portare per titolo, diciamo, Quattro tesi sul fascismo, faccio bollire quattro patate e due uova che depongo in un sacchetto di plastica, metto il sacchetto in una borsa e prendo una metropolitana per la stazione del Nord.

Ecco sono arrivato di mattino presto, come al solito, alla stazione Zoo e sto per iniziare una delle giornate più insulse della mia vita. Ho lasciato la borsa in una cassetta del deposito automatico, ecco sono uscito sulla Hardenbergerstrasse pulito e leggero come fossi anch’io un berlinese. Mi dirigo innanzitutto verso la Bauhaus su Kurfürstendamm, è una lunga camminata ma voglio vedere che materiali e attrezzi vari vendono lì. Alla Bauhaus mi carico di una decina di tubi di silicone solo perché costano una trentina di centesimi meno che a Parigi.

Sono di nuovo nella strada, di nuovo carico di peso materiale e morale ma senza assolutamente nulla da fare e senza alcuna voglia particolare. Sulla Westphälischestrasse c’è mercato, una decina di camioncini aperti su un lato per un pubblico che, come sempre in questa città vuota spaziosa silenziosa, è ben rado.

Senza perdere tempo mi compro un bockwurst, anelavo a ritrovare la sensazione della pelle che resiste e poi cede sotto la pressione degli incisivi che affondano nella carne molle e rosea della salsiccia, ed inizio con questa esperienza mattutina una vera e propria tournée di analisi comparata. E’ vero, difatti, che nel bockwurst della Westphälischestrasse la pelle scrocchia bene sotto i denti, ma la polpa è, non so, direi, come granulosa. Al mercato di Wittenbergplatz il Wurst è forse meno caldo, ma il gusto del maiale è più delicato. Alla fine mi servirei piuttosto al chiosco sulla Savignyplatz: buona resistenza al morso, affondamento graduale nella ciccia, ottima temperatura di servizio, soddisfacente persistenza nel palato.

E dopo queste coscienziose prove ho avuto voglia di birra e mi sono messo alla ricerca, ma non potevo accontentarmi di una lattina comprata al supermercato no, cercavo un buon bar ma a forza di camminare mi sono trovato nella parte più vuota di questa città vuota, dalle parti del Tiergarten e della Lützowplatz. Non ci caffè né chioschi né pizzerie qui. Mi sono deciso a entrare in un hotel, perché grandi alberghi chiese cattoliche e biblioteche pubbliche sono gli ostelli dei vagabondi come me, in tali luoghi infatti nessuno ti fa domande se entri e vaghi qui e lì e una poltrona o un sedile gratuito nessuno te li nega, provare per credere.

L’Hotel Berlin sulla Lützowplatz non fa eccezione a questa basica regola. Il cortese groom mi ha messo sulla buona direzione per il bar ma la hall e i corridoi sono ingombri di banchetti e stand fieristici illuminati da spot e proiettori, guardati da uomini rubicondi dalle cravatte fantasia, seduti dietro mostre di apparecchi cromati, bisturi e trapani di tutte le taglie e dimensioni, calchi di chiostre dentarie, dentiere vere e finte, protesi in ceramica vetroresina oro platinato e platino placcato, braccetti telescopici e motorini stroboscopici e strumenti speciali per odontotecnici mancini, mi sono trovato nel bel mezzo dell’ottavo simposio internazionale di impiantistica odontoiatrica, mi districo infine fra espositori e materiali umani e disumani, seggo a uno sgabello del bar, bevo le mie due birre ascoltando di sottecchi un giapponese e un polacco che discutono a segni della maniera migliore di ricostruire al laser un secondo canino inferiore destro distrutto -insieme con tutto il resto di una dentatura alla Presidente del Consiglio- da un colpo di ferro da stiro marca “Optimus”.

E’ ancora l’inizio del pomeriggio quando, gonfio di birra e di salsiccia e più stolido che mai, mi trovo sulla riva del Landwehrkanal e mi appoggio alla ringhiera a guardar passare i gai battelli che trasportano le gite aziendali. Mentre la pioggia inizia a scendere più fitta ne passa uno piano piano: una trentina di uomini e due donne, tutti con occhiali da vista dalla montatura di tartaruga, ballano al suono di “Mamma mia” degli Abba. Seguo la schiuma del battello allontanarsi verso il Möckernbrücke e mi distacco dalla ringhiera, mi affretto verso la biblioteca nazionale, nell’androne c’è una bella fila di poltroncine comode allineate lungo la vetrata sul Kulturforum, basta poggiare la testa sullo schienale e ci si addormenta all’istante.

Mi risveglio dopo mezz’ora, non so, adesso ho bisogno di caffè e sigaretta. C’è un chiosco proprio difronte all’ingresso principale della biblioteca, ha una pergola che protegge dalla pioggia, seggo a un banco, sonnecchio oppure guardo la gente che aspetta l’autobus alla fermata del 148. Mi salva l’ora che passa, è quasi sera ed è tempo di ritrovare gli amici.

26 maggio 2003. Al centro della città di Potsdam, proprio a ridosso della chiesa cattolica di San Pietro e Paolo, c’è un piccolo cimitero che raccoglie i corpi di 372 soldati sovietici caduti nell’ultima guerra mondiale. Mesi fa capitai in questo luogo per caso, una volta in cui, vagando per un quartiere olandese tutto ripulito e occupato da antiquari e centri di abbronzamento, venni attirato verso la piazza del mercato dall’odore del Potsdamerwurst e, mentre ne addentavo uno, scorsi la cima di una piramide scura fra le fronde dei tigli limitrofi alla piazza. So che la piramide, simbolo di resurrezione, è frequente nei monumenti funerari sovietici. In Russia avevo spesso visitato cimiteri le cui lapidi erano semplici tralicci di ferro a forma di guglia o di obelisco, dipinti di grigio e sormontati talvolta da una stella rossa. Ero solo sorpreso che un tale memoriale si trovasse nel pieno centro di una città barocca ben preservata, per quanto parzialmente danneggiata dai bombardamenti alleati del 1945.

Passato il cancello del cimitero e percorsi in cerchio i vialetti, esaminai da vicino il monumento che avevo scorto dalla piazza e vidi come, dei quattro soldati di bronzo in pose eroiche che decoravano la base della piramide, uno solo era senza movimento e in postura di saluto sull’attenti ed era quello che guardava verso l’est, “verso la madrepatria”, pensai, sicché il suo sguardo, ulteriormente ripreso dalla linea di mattoni sul suolo del parco antistante, guardava diritto, oltre il Brandenburgo, la Slesia, la Galizia e la Bielorussia, in direzione di Mosca, e alle sue spalle la punta dell’obelisco addirittura copriva, se guardata da posizione frontale, la cuspide della chiesa retrostante, il cui abside, come spesso nell’architettura religiosa, era rivolto a oriente, al sole levante e alla resurrezione dei corpi che di lì verrà annunciata. Insomma lo scultore Brams, che aveva disegnato il monumento nel 1949, lo aveva allineato sulla St. Peter und Paul Kirche e, al di là di quella, sull’asse est-ovest di questa pianificata città di guarnigione e capitale estiva dei re-soldati prussiani, affermando in tal modo un sincretismo, non so quanto consapevole, fra fede nella resurrezione cattolica, culto socialista dei morti e razionalismo militar-prussiano. Una bella riuscita, pensai, che dovrò degnamente ricordare con un cartello apposto avanti al cimitero, cartello clandestino o autorizzato che sia, ma che, in ogni modo, porti una firma al mio pensiero.

Ho il cartello con me, l’ho preparato prima di partire, il testo me lo sono fatto tradurre in tedesco da Andreas, l’ho riprodotto su acetato trasparente, è protetto da scotch e plexiglas, ho solo dimenticato le cordicelle per appenderlo alla griglia metallica. Non fa niente, aspetto che non ci sia più passaggio fra la Bassinplatz e il mercato, i giardinieri lavorano lontano e non mi guardano né mi vedono, poggio il cartello sulla ringhiera presso il cancelletto, lo contemplo un attimo e scivolo via verso la stazione.

(2002-03)

 Note:

  1. 1: W. G. Sebald, Austerlitz, Milano 2002, pp. 35-36, traduzione di Ada Vigliani.
  2. 6: Amministrazione Provinciale di Caserta, Il Museo Campano di Capua. Guida per i visitatori, Capua 1998
  3. 6: L. M. F., Il santuario del fondo Patturelli, http://www.cib.na.cnr.it/capua/testi/patt.html.

PS: quanto alle immagini, me ne occuperò al più presto (dicembre 2015)

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