Quattro pose statuarie (2006)

Fra le decine di disegni che Annamaria Morbiducci mi ha mostrato, ho deciso di confrontarmi con gli schizzi preparatori per le quattro formelle bronzee che Publio eseguì, intorno al 1928, per due porte della Casa madre dei mutilati di guerra, a Roma.

Il tema a lui assegnato dalla committenza (la stessa ANMIG, ovverosia l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra) era piuttosto costrittivo: si trattava di celebrare la vittoria in guerra (1915-18) delle varie Armi, di terra, di mare e d’aria.
Che siano dunque rappresentate in atteggiamento “terrifico” oppure statico, queste Vittorie, rigorosamente alate, hanno comunque a che fare con nemici mostruosi e maneggiano gladi, spade, saette e arpioni.

Lo stile delle formelle morbiducciane mi pare essere al passo con i propri tempi: riecheggia un classicismo sintetico non esente da influssi art-déco.
La coeva plastica francese, quella di un Bourdelle ad esempio, potrebbe esserne una fonte d’ispirazione.
Ma in quegli anni potremmo incontrare in ogni capitale europea testimonianze scultoree siffatte (con l’eccezione, forse, di Berlino, ancora avanguardistica in arte, non ancora messa al passo d’oca).
Non si può tuttavia sostenere che, in questo caso, l’arte di Morbiducci sia arte di regime. La costruzione e le successive committenze della Casa madre, se hanno accompagnato gli anni del consolidamento del fascismo, non ne sono ancora completamente influenzate, quanto a tematiche e a retoriche.
Si può parlare piuttosto di una visione ideologica della Prima guerra mondiale come compimento post-risorgimentale dell’unità della nazione. Tale visione era comune anche presso intellettuali e artisti di origine liberale e di pratica antifascista (quali, fra gli altri, Giovanni Amendola e Piero Calamandrei).

Sia come sia, Morbiducci si mise all’opra nel modo più tradizionale, preparando le sue sculture con una serie di bozzetti e di schizzi, a matita e a pastello, dal vivo.
Visto il carattere un poco accademico di tali pose, è evidente come esse fossero una sorta di pensiero plastico in fieri, che gli permise la sintesi statuaria, formalmente piuttosto riuscita, delle quattro formelle bronzee.

E’ dunque con questo “pensiero plastico in fieri” che mi confronto, considerando i disegni delle Vittorie per quello che sono, e cioè un momento di passaggio, una transizione fra idea ed esecuzione.
Ed è proprio il loro carattere di non-opera, o opera incompiuta, che mi autorizza a sovrapporre loro altre non-opere, o altre opere incompiute, usando delle tecniche frammentarie in mio possesso: sovrapposizioni, sbordamenti, stratificazioni, trasparenze.

In particolare, ho concepito la serie di quattro grandi formati denominata Trasparenze P.M: 1928, che riproduce direttamente le formelle (trasformandole da elementi decorativi a presenze monumentali), come un confronto, appena accennato, con la coeva arte europea: ho immaginato che si richiedesse la stessa prestazione ad artisti costruttivisti, dadaisti, surrealisti, astratti. Le linee sinuose di Morbiducci vengono così interrotte o coperte da segni brutali e talvolta malaccorti che a quelle avanguardie fanno richiamo.
I materiali da me scelti, prodotti dell’industria di massa, contrastano con la preziosità e la perennità del bronzo: fotocopie su carta, reti di zanzariera, teloni di plastica, pannelli di policarbonato, cere da asilo d’infanzia.

Le formelle celebrative della vittoria divengono in tal modo il monumento effimero della forma mutilata.

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